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Per andare dove vogliamo ... PDF Stampa E-mail
L'ha scritt Piergiorgio   
venerdì 03 settembre 2004

Per andare dove vogliamo andare, da che parte dobbiamo andare?

Oltre che dalle tanto deplorate polveri provenienti dallo stabilimento siderurgico, l'aria di Taranto è oramai da mesi inquinata da un ulteriore agente tossico, meno visibile ma altrettanto dannoso.

Si tratta della spada di Damocle delle elezioni comunali prossime venture, che ha pericolosamente iniziato ad oscillare sulla testa dei politici locali già prima della campagna elettorale delle europee/provinciali del giugno scorso.

Come è noto, in occasione di questi eventi gli avversari si affrontano prima con delicati colpi di fioretto per passare, via via che i giorni scorrono e l'appuntamento si avvicina, a ben più contundenti colpi di randello.

E' una guerra senza esclusione di colpi e senza prigionieri, dove ogni elettore è conteso come un palmo di trincea sulla linea del Piave nel primo conflitto mondiale. "In guerra e in amore, tutto è lecito", afferma la saggezza popolare, ed in questi frangenti il detto evidenzia tutta la sua verità: nessuna affermazione è troppo arrogante, nessun colpo è troppo basso, nessun mezzo propagandistico è troppo spudorato. Il fine giustifica i mezzi.

Ogni decisione, dal rifacimento da un marciapiede alla installazione di un palo di pubblica illuminazione, dalla assunzione part-time di un gruppo di L.S.U. alla piantumazione di arbusti ornamentali diventa oggetto di animate discussioni; ogni atto, proposto o effettuato che sia, diventa terreno di scontro ideologico: ad ogni delibera della maggioranza segue a ruota un "No pasaran!" della opposizione, ad ogni obiezione della minoranza il governo cittadino lamenta di trovarsi tra le ruote bastoni pretestuosi e privi di fondamento.

In questo duello all'ultimo elettore sono piombati, con tutto il peso degli investimenti previsti e degli occupati presunti, i progetti del trade center SIRCOM prima, e del rigassificatore dopo.

Due progetti importanti, in termini economici e sociali, in grado, se non di cambiare volto alla città, sicuramente di sottoporla ad un "make-up" non indifferente. Due progetti, peraltro, che per certi aspetti sono quasi agli antipodi tra loro, puntando l'uno a promuovere l'aspetto turistico-immobiliare-commerciale e l'altro l'aspetto più prettamente industriale.

E' bastato il semplice annuncio per scatenare infuocate prese di posizione, granitici dinieghi quanto entusiastici tappeti rossi di benvenuto, nella maggior parte espressi senza grande cognizione di causa e basati, sostanzialmente, più su pregiudizi ideologici che conoscenza dei fatti.

Ma siamo in clima di elezioni, come detto, e più ci si avvicina alle urne e più le posizioni si sfumano, più i i "NO!" ed i "SI!" gridati a gran voce si trasformano in "ni" possibilisti e sussurrati, più i monoblocchi fieramente opposti assistono al presentarsi di crepe e defezioni.

Chi dovrebbe decidere non decide, prende tempo, si guata intorno, sente l'aria che tira e dà un colpo alla doga ed un colpo alla botte, cercando di quadrare il cerchio che comprenda al suo interno ecologia ed occupazione, ambiente e lavoro, salvaguardia dell'esistente e tensione verso il futuro.

L'esame tecnico delle due faccende non è semplice, e per certi aspetti neanche possibile, mancando tutta una serie di elementi; ma questo è il minore dei mali poiché la parte tecnica è quella meno spinosa da affrontare, essendoci leggi, regolamenti e delibere che indicano, in maniera più o meno chiara, cosa si può e cosa non si può fare.

Il problema è politico, dove ciascuno cerca di simulare una posizione convinta e decisa pur senza tagliarsi definitivamente alle spalle il ponte che potrebbe portarlo sull'altra sponda del fiume. Sotto la poco credibile "libertà di coscienza" lasciata dai leader degli schieramenti ai loro galoppini non è difficile intravedere la volontà di compiacere tutti senza scontentare nessuno. Si promettono mogli ubriache lasciando intendere che si conserveranno allo stesso tempo le botti piene o, viceversa, si rifiuta anche un semplice bicchierino, pur senza offrire alternative alla devastante sete che ci affigge.

Intanto il tempo passa, la città si divide e per strada ed al mercato si discute con apparente competenza di prospezioni urbanistiche, trend di sviluppo, analisi di rischio e magnitudo attesa, argomenti specialistici sui quali anche gli esperti esprimono dubbi. Ma gli esperti, ripetiamo, ragionano su fatti e dati, mentre la politica è l'arte del possibile, del probabile, del "vedremo".

Ridurre il tutto ad una questione di torte da spartire sarebbe pensar male, e da tale peccato ci asteniamo pur nella consapevolezza che in ciò vi è spesso colpa e raramente errore. E' fin troppo facile immaginare che questi due insediamenti saranno le palle incatenate che i due schieramenti si spareranno l'un contro l'altro arroventando i primi freschi autunnali. E' facile prevederlo, è normale attenderselo e forse è anche giusto così; altrettanto normale, altrettanto giusto è sperare che così importanti questioni siano valutate non col fiato sul collo delle elezioni ma informandosi ed informando chi deve decidere e chi queste decisioni deve subirle e, prima ancora di tutto ciò, sarebbe altrettanto normale ed altrettanto giusto che ci si decidesse ad abbandonare la politica degli spot e le "blitzkrieg" per confrontarsi seriamente sulla scelta della strada che il nostro territorio dovrà percorrere negli anni a venire.

Ma questo, forse, è un po' meno facile prevederlo è un po troppo ingenuo sperarlo e poi, tutto sommato, che ce ne frega? Taranto non è ancora, insieme a Budapest ed a Bucarest, a megghja città d'u munne? Non abbiamo forse il mare, le cozze e la Raffo? e allora, del resto, cosa volete che ci importi…

Ultimo aggiornamento ( martedì 30 novembre 2004 )
 
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