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L'ha scritt Administrator   
martedì 14 dicembre 2004
INTRODUZIONE

(parlando con decenza...)

 

 

La Storia è maestra di vita, si dice, e da quando l’uomo ha iniziato a rapportarsi con i suoi simili, prima ancora che avesse tempo e capacità di scrivere quanto aveva imparato, il suo bagaglio di esperienze veniva trasferito alla generazione seguente tramite racconti e storie. Nel giro di pochi anni, la nostra società è stata praticamente stravolta, pochi di noi ricordano ancora nonni seduti vicino al caminetto o di fronte alla frasciera che raccontano episodi sospesi tra realtà e fantasia, pochi sono coloro che sanno chi sia l’Ignazio padrone dell’asino a cui si veniva paragonati quando si tornava a casa malconci dopo una caduta in bicicletta o una virile partita di pallone, pochi sono coloro che ricordano come e perché alcuni proverbi siano nati e pochi si avviano a diventare anche coloro che questi detti almeno li conoscono. Il miglior modo per imparare è insegnare a qualcuno, e così, grazie alla necessità di spiegare ad Archibald, mio impareggiabile maggiordomo, il significato di proverbi ed espressioni che spesso pronunciavo sovrappensiero, mi son cimentato nella esegesi e nella analisi di questi distillati di saggezza popolare, scoprendo un mondo che conoscevo solo in superfice. Ho ritenuto che questo mio modesto lavoro potesse essere di una qualche utilità anche ad altri, soprattutto a coloro che, per i più svariati motivi, sono lontani da Taranto e tentano di conservarne gelosa memoria; ed a questo punto è però chiarire una cosa: pur essendo nata dal tentativo di spiegare a chi non aveva pratica col dialetto la filosofia di vita ed un po’ della nostra storia e cultura, questa raccolta di scritti riunisce espressioni che solo chi ha respirato i metallici fumi dell’Italsider può comprendere, modi di dire cinici e rassegnati che da sempre sferzano e consolano le rughe segnate dalla salsedine di chi dal mare trae gioia e dolore, frasi usate e abusate da tutti coloro che di fronte ad un forestiero, foss’anche il Papa, si presenterebbero con un <<Nuje? Ce ne vulime de vuje!>>.

Concludo chiedendo scusa per l’opinabile trascrizione del nostro dialetto ed augurandomi che i lettori vorranno apprezzare queste pagine per quello che sono: una esperienza divertente senza velleità artistiche o culturali, un gioco tra amici, uno scherzo che spero diverta chi lo leggerà tanto quanto ha divertito me che l’ho scritto.

 
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