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Cì tene lenga vè in Sardegna PDF Stampa E-mail
martedì 27 luglio 2004

Ero nella piccola sala "TV & multimedia", ubicata al terzo piano dell'ala est della mia modesta magione, tutto intento a cercare di sintonizzare il ricevitore satellitare in modo da escludere la maggior parte dei canali che offrono quadri, argenterie, terni sicuri e lettura del futuro tramite le carte napoletane e di conservare la visione di pregevoli emittenti quali RAI-DOC, Consorzio NETTUNO e SuperPippaChannel sul mio visore a schermo piatto al plasma Bang & Olufsen modello "Beovision 5".

Mentre eseguivo una rapida scansione dei canali memorizzati, entrò nella stanza il prossemico Archibald, mio indefettibile maggiordomo, che non mancò di porre la sua attenzione, sia pure con la sua solita discrezione, sulle immagini che scorrevano sullo schermo.

Si trattava, ahimè, della replica del TG1 delle 20,30 offerta da RAI-News24 che, nello spazio di qualche minuto, offrì al britannico famiglio prima le elucubrazioni sul dopo elezioni elaborate sia dal Presidente del Consiglio dei Ministri che dai leader dell'opposizione, per passare poi ai commenti forbiti ed alle analisi accurate seguite alla eliminazione della nazionale di calcio italiana dai campionati europei.

Limitato dalla sua rigida quanto dualistica logica anglosassone, il vecchio Archie non riusciva a capacitarsi che di una data situazione si potesse sostenere tutto ed il contrario di tutto con aria assolutamente convinta e senza esprimere il minimo dubbio al riguardo; naturalmente la sua natura riservata celava questo disagio, ma neanche la sua genetica predisposizione riuscì a trattenerlo quando vide l'Onorevole Bondi sostenere tutto compìto che nelle elezioni europee, visto il quadro internazionale ed il trend delle altre forze di governo, il suo partito aveva riportato un risultato positivo.
Archibald sbarrò gli occhi e sussurrò, più che altro a sè stesso: "Ma lo "Herald Tribune" non diceva così…" spostando poi lo sguardo su di me con una muta domanda di chiarimento.

"Ehhh, cì tene leng' vè in Sardegn'!" (Ehh, chi ha lingua va in Sardegna!) commentai, gettando ancor più nella confusione il mio maggiordomo che non capiva cosa c'entrasse la sua perplessità con la possibilità di viaggio insulare offerta ai superdotati di muscolo buccale.
Fu giocoforza dedicarmi alla illustrazione del contorto "modus cogitandi" mediterraneo e, per farlo, chiesi ad Archibald di seguirmi in biblioteca dove, dopo qualche minuto di ricerca, reperii il saggio "Unduetrè, a patana ngul'a tè! – la matematica del popolo, il popolo della matematica" redatto con encomiabile zelo da Sisaki Hastato (Wakayama, 1845 – Cirrosi epatica fulminante a seguito di torneo di "padrone e sotto" a base di sakè, 1923), divulgatore scientifico giapponese che per primo strappò alla matematica la sua paludata veste di sussiegoso distacco per renderla accessibile e comprensibile a tutti, sfruttando con successo anche e soprattutto l'ausilio delle moderne tecnologie, come dimostrato dal notevolissimo incremento di vendita di calcolatrici elettroniche tascabili seguito alla sua dimostrazione che, digitando il numero 0.7738135 e ruotando poi l'apparecchio di 180 gradi, si può leggere sul display la frase "SEIBELL.O".

Nel libro citato, il Sisaki Hastato confuta la pretesa precisione della matematica ed afferma, invece, che il fondamento della matematica è l'incertezza e l'indeterminazione; anche i numeri detti "fissi" come il "pi-greco" (1,31416…), la "sezione aurea" (1,618…) sono sostanzialmente approssimati ed infiniti e quindi, intrinsecamente imprecisi, così come imprecise, sia pure in misura infinitesimale, sono le risultanze delle operazioni basate sui numeri stessi.
Si tratta ovviamente di una questione più filosofica che pratica, da questo punto di vista, ma il Sisaki Hastato non manca di notare come la cosa abbia invece concreta attuazione nella vita di tutti i giorni del comune cittadino: nel calcolo delle competenze bancarie, che se a favore del correntista sono approssimate per difetto e se a favore dell'istituto di credito sono approssimate per eccesso; all'importo del resto in un supermercato, a volte trasformato "obtorto collo" in caramelle o "pastilliage" non richiesto e, spesso, non gradito; all'importo delle spese sostenute consuntivate a fine mese dal capofamiglia, che supera sempre di gran lunga l'importo preventivato appena quattro settimane prima.

Il Sisaki Hastato arriva quindi a sostenere che, se la matematica non fornisce certezze, anche la Natura e la Realtà, intessute e basate su rapporti matematici tra i loro componenti, non possono parimenti essere ritenute affidabili. L'autore cita a questo proposito il filosofo connazionale Stasusa Akkasa (Edo, 1822 – Decapitazione causa incauto quanto rumoroso pirdo sfuggitogli in presenza dell'Imperatore, 1889) che nel suo libro "La legge di Manera: anche le bionde ce l'hanno nera", dimostra con spirito critico e disincantato la inconsistenza e l'infondatezza di affermazioni e dogmi ritenuti assolutamente certi. Racconta a questo proposito il Stasusa Akkasa:
"Due venditori di scarpe furono mandati dalla loro ditta a verificare le possibilità di mercato offerte da una desolata zona dell'Hokkaido. Dopo alcuni giorni, il venditore ottimista mandò un telegramma alla direzione della sua azienda in cui scriveva: Qui il mercato è molto promettente, nessuno indossa scarpe! Nello stesso momento, a sua insaputa, il collega, più pessimista, inviava un altro telegramma che testualmente affermava: Qui non c'è mercato, nessuno indossa scarpe."

Nel suo libro il Stasusa Akkasa afferma che sono molte e diverse le religioni, le filosofie e le credenze che, in diverse parti del mondo ed in diversi periodi hanno affermato che quella che noi riteniamo essere la Realtà, è invece solo una rappresentazione, una illusione, una immagine che noi ci costruiamo sulla base dei nostri limiti, delle nostre esperienze e dei nostri strumenti sensoriali. Due persone tra loro diverse, afferma lo studioso, giudicano la stessa "realtà" in maniera diametralmente opposta. Ed anche quello che dovrebbe essere l'esempio indiscutibile di realtà, ciò che è stato e non si può cambiare, il passato insomma, a ben guardare tanto "reale" non è, perché la stessa persona racconta uno stesso episodio in termini diversi a seconda dello stato d'animo del momento e lo elabora, lo trasforma, lo modifica in maniera più o meno inconscia riportandolo appunto non come "realtà" ma come quella che è la sua percezione della realtà stessa.
In altre parole noi creiamo il mondo che percepiamo, non perché non esiste realtà fuori dalla nostra mente, ma perché scegliamo e modifichiamo la realtà che vediamo in modo che si adegui alle nostre convinzioni sul mondo in cui viviamo. Si tratta in effetti di una funzione necessaria al nostro adattamento e alla nostra sopravvivenza.

Il Sisaki Hastato afferma quindi, in maniera apparentemente paradossale, che di ogni verità è vero anche il suo contrario (assunto poi citato da Herman Hesse nel suo "Siddharta") e che quindi l'interpretazione di un episodio o di un avvenimento data da chiunque è tanto corretta, esatta e "reale" quanto potrebbe essere quella completamente opposta, entrambe basate su esperienze, limiti e onestà intellettuale dell'autore, concludendo, alla Nietzsche "che non esistono fatti, ma solo interpretazioni".

Ultimo aggiornamento ( martedì 27 luglio 2004 )
 
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