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Il Piccione! PDF Stampa E-mail
L'ha scritt carlo "usinnache"   
gioved 22 maggio 2008
 Leggevo sgomento in questi ultimi giorni di dotte ed accese disquisizioni tra eminenti letterati su consecutio temporis, lapsus digiti e acribie applicate e ricordavoo con nostalgia quando per sentirsi a proprio agio leggendo un quotidiano non era necessario aver conseguito una laurea "cum laude" in lettere e filosofia romanza alla Università di Uppsala. Sicuramente per mettere tutti d’accordo uno degli argomenti di discussione migliori, l'arma finale, il “topic” inquadrettato con la scritta <<rompere il vetro in caso di necessità>> non può essere che quello:

IL PICCIONE !!!

Chiedo venia alle rappresentanti del gentil sesso per questo poco politicamente corretto argomento ma come  più volte affermato, ai tarantini il piccione piace e ne parliamo molto (magari lo pratichiamo meno, ma questa è un'altra storia.) Ad uso dei non residenti, vale a dire che con il termine "piccione" viene identificato a Taranto l'organo sessuale femminile; per maggiori e più dettagliate spiegazioni e volendo scoprire il perché fosse stato scelto proprio questo termine, ho digitato "piccione" nel mio motore di ricerca CEUECCHIANNE 6.4 ed il risultato ha destato in me non poca meraviglia.

Ritenevo infatti come molti, che il termine piccione fosse stato scelto per l'analogia del soffice vello del monte di Venere con il petto piumato e tiepido del noto volatile, analogia peraltro riscontrabile anche per il più rude "sorgie" (topo).

Quale la mia sorpresa quando il search mi ha comunicato che questa ipotesi, attribuita all'etologo polacco Karol Zokekozz (Varsavia, 1834 - soffocamento a causa di lupino andato di traverso alla festa di S. Cataldo, 1875) è solo una di quelle proposte il convegno internazionale "Attualità e prospettive del piccione alle soglie del nuovo millennio" tenutosi l'anno scorso presso la sala congressi dell'hotel Imperiale a Taranto.

Altri relatori hanno presentato ipotesi diverse che di seguito riportiamo, senza avere la pretesa di esaurire l'argomento (di piccione non c'è n'è mai abbastanza).

L'intervento del linguista scozzese Peter Mac Kianthat (che ha destato notevole interesse tra le presenti per le ovvie ragioni legate alla sua specializzazione) fa risalire il termine alla esclamazione del nobile inglese Cathald Ruèth che soggiornò a lungo a Taranto apprendendone anche i rudimenti del dialetto.

L'augusto personaggio era affetto da satiriasi, per cui cercava ossessivamente soddisfazione alle sue pulsioni sessuali; Un giorno il principe di Monacizzo gli inviò in segno di amicizia una fanciulla, prosperosa e piacente ma pur sempre una ed il Rueth rispose al nobile in un misto di inglese e tarantino dolendosi del fatto che le ragazze non fossero in numero maggiore e scrivendo <<Je picc’ one>>.

Il principe, ignorante come un cannizzo non colse l'ultimo termine come l'anglosassone <uno> e così, conscio della bellezza muliebre della sua "ambasciatrice", tradusse la frase pensando che il figlio di Albione avesse paragonato la donzella al volatile e poiché come tanti pensava che facesse elegante usare termini importati, iniziò a definire tutte le belle donne come "piccioni", atteggiandosi a uomo di mondo e dicendo che così si usava nelle corti europee.

Di diverso avviso il teologo Bartolomeo Favefogghie che attribuisce al termine una origine più spirituale, dovuta ad una serie di concause.

Partendo dalla adorazione verso la Dea Madre comune a molti dei popoli antichi ed ipotizzando che con una già citata sineddoche l'organo genitale femminile venisse usato come parte che rappresenta il tutto, il Favefogghie sottolinea due particolarità: la sensazione di estasi paradisiaca che molti uomini provano quando introducono il loro scettro di Adamo nella femminea conca e quanto sia arduo a volte giungere a tale congiunzione.

A seguito dell'affermarsi di Santa Romana Chiesa, come spesso accaduto, le credenze cristiane e pagane si fusero e così l'estasi sessuale viene paragonata a quella trance estatica provata dagli apostoli durante la discesa pentecostale dello Spirito Santo (rappresentato appunto come un colombo) quando ad ognuno di loro furono anche preannunciati i sacrifici a cui andava incontro, mentre la difficoltà e la perseveranza nel voler giungere alla agognata copula vengono raffrontate a quelle di Noè a cui la fine del diluvio (e delle conseguenti tribolazioni) fu segnalata da un colombo che tornò sull'arca con un ramoscello di ulivo nel becco.

In sintesi il colombo (o piccione) ci manda in estasi ed a volte richiede sacrifici, pazienza e perseveranza prima di essere raggiunto; quale analogia migliore dell'essenza femminile, chiede retoricamente il Favefogghie.

Altra ipotesi è quella dell'economista Clodoveo Sucaesputa, noto al vasto  pubblico per il suo saggio "Onge l'asse ca a rota gira - New economy e metodi tradizionali di interfacciamento con le autorità preposte al controllo".

Il Sucaesputa fa discendere il termine da un misunderstanding tra una prostituta nigeriana ed un giovane cliente alle prime armi in fatto di sesso ed in procinto di contrarre il sacro vincolo del matrimonio.

Il giovane non voleva arrivare vergine ed inesperto alla prima notte di nozze e decise così di affidare il proprio svezzamento ad una professionista del settore.

Scelta per la sua "iniziazione" una bella ragazza di colore il prossimo nubendo volle toccare con mano la rosa del piacere e constatò sorpreso quanto fosse intrisa di liquidi umori.

Indicandola alla occasionale partner volle sapere il motivo di tanta intima lubrificazione chiedendo <<Piccè onge?>> (perché unge ?).

La giovane straniera non comprese la domanda e pensò che il cliente stesse citando il suo "attrezzo di lavoro" con la modalità "Io Tarzan, tu Jane" e storpiando la frase a causa della sua scarsa conoscenza del dialetto ipotizzò che il "piccè onge" fosse il termine locale per indicare la sua vulva; da piccè onge a piccione il passo è breve ed il termine è diventato di uso comune.

Ancora un'altra ipotesi è stata invece formulata dal meccanico quantistico irlandese Peter O'Pitz che sottolinea quanto importante fosse in passato il lavoro svolto nei campi.

Al fine di dissodare le campagne era assai diffuso l'uso del piccone, che per forma del ferro e movimento sussultorio assai ricorda il membro virile.

Con una ardita antifrasi l'O'Pitz immagina che da membro maschile il termine sia passato al corrispettivo femminile, modificandosi con l'eliminazione della "i" centrale, operazione familiare a tutti gli abituali frequentatori de "Il bersaglio" puntualmente ospitato dal periodico enigmistico che vanta innumerevoli tentativi di imitazione.

Assai simile alla teoria dell'O'Pitz è quella presentata dall'etologa francese Valery Vinimncuedde che però individua come termine originale "picchione", un grosso volatile che un tempo popolava il bosco di Cimino, noto proprio per il lavoro a "percussione" del becco che veniva parallelato alla copula maschile.

Anche in questo caso si passa dal maschile al femminile, si elimina la h (che tanto è muta e non serve a niente) .. et voilà.

Il convegno ha sicuramente contribuito a gettare un po' di luce su un termine tanto usato quanto incerto nella sua origine e la vasta affluenza di pubblico alla conferenza è valsa a confermare ancora una volta l'attenzione che tutti i tarantini dedicano al piccione.

Ultimo aggiornamento ( venerd 23 maggio 2008 )
 
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