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gioved 19 settembre 2019
 
 
Astpe ca truve PDF Stampa E-mail
L'ha scritt carmela "Jatta acrest'"   
marted 08 settembre 2009

 Oggi  viviamo nell’era delle cicale … va di moda il mono-uso,  il mono-dose, l’usa e getta il take away (pigghie e  porta a’ casa) ….. fast food  (scappa e fuce) ….. slow food ( aggarbàte) …..
Tutte cose impensabili per i nostri nonni che invece hanno vissuto l’era delle formiche. Per loro il  motto era uno solo … astìpe ca’ truève.
Una volta c’era molto poco da buttare, ma quel poco prima di essere buttato veniva riparato, e più di una volta… prima di buttare qualcosa, si vedeva bene se non poteva essere riutilizzata in altro modo o da familiari, vicini e conoscenti...


La cultura del riciclo aveva dato vita e veri e propri mestieri:
I pezzetti di stoffa, venivano conservati per i rammendi…e se proprio erano inservibili si davano a ‘u pezzàre. Si aspettava di sentire il grido:“Pezze! Pezze a’ culòre!”  per uscire a portargli stracci, lenzuola e vecchi vestiti… le pezze,  in cambio di altre pezze a noi più confacenti.
U’ pezzàre infatti era colui che trovava le pezze a culore per tutte…  per ogni tipo di rammendo… o situazione…. perchè se non avveniva lo scambio di stracci, le pezze venivano cedute dietro piccolo compenso che a volte era necessario a comprare il cibo e risolvere la giornata.
L’olio delle fritture veniva conservato e dato a “quidde de’ l’uègghie” - colui che passava a raccoglierlo al grido di “ uègghie vecchio! uègghie fritto!”, dando in cambio: vaschette, sicchie, vacìle, scolapaste di plastica.
Poi c’era “u’ fijerre vecchie” che riciclava rottami di ferro, zinco,  ottone… vecchie biciclette arrugginite, vecchie vasche, e secchi di zinco che ormai ridotte all’osso chiedono pietà, dopo essere state riparate tante volte….ma anche vecchie pentole di rame e alluminio, tutto in cambio di qualche bicchiere, piatto o mestolame vario…

... E in cucina?
La stessa cosa, non si buttava mai niente anche perché il cibo che c’era non bastava a sfamarsi  e gettare gli avanzi era considerato prima di tutto un gesto sacrilego….  “ Si mangia tutto! Che tutto è di Gesù!”
Il pane duro  a volte anche con la pilucina (muffa verde )  -  si puliva e si cuoceva in acqua salata, con n’addòre de uègghie e na figghiazze d’alàure…  diventando  pane cuette… in assoluto il piatto più povero della cucina tradizionale,  uno dei cibi emblematici dell’alimentazione del passato, al limite della sopravvivenza e che per questo affidava ad ogni pietanza un ruolo insostituibile, tanto che a volte si lasciava indurire il pane così se ne consumava meno – un grande vantaggio per tutta la  famiglia  – si diceva: "Pane modde e legna seccate sònde  ‘a ‘rruvìne de na casa"  – il perché è presto detto: il pane fresco è molto buono e se ne mangia di più, la legna secca arde più facilmente e se ne consuma di più – capite bene che tutto questo consumo non aiutava certo la precaria economia familiare….

… Tutto si riciclava e….si conservava
Quando ferie e vacanze non esistevano, non erano ancora una conquista sociale, l’estate si identificava proprio coi suoi frutti …..  meloni, uva, fichi,  fichi d’india …  e tutta la frutta buonissima,  che noi oggi troviamo tutto l’anno, ma una volta no, e si cercava di conservarle il più a lungo possibile per poter assaporare anche in pieno inverno un “morso d’estate”, ma come fare considerando che non c’erano ancora i frigoriferi?
Le case di una volta erano piccole ma dovevano avere cantina e tramenzàne, erano questi i luoghi predestinati alla custodia delle provviste: di farina, indispensabile per fare pane e pasta; di legumi… fagioli fave, ceci, lenticchie piselli… la carne dei poveri, padroni assoluti della tavola, venivano gelosamente custoditi in sacchi di stoffa, in luoghi asciutti, perché non facessero cannedde e favarùle...
Capase e capasedde  di caserecòtta salàte, alìe all’acqua, fichi secchi sciolte e cucchiàte …
In cantina andavano i capasoni di vino,   le zirre di olio, le bottiglie di salsa, le patate…. 
Gettando uno sguardo nelle credenze, intese come mobili in cui si stipavano gli alimenti, per questo detti anche stipi… si trovavano boccacci di peperoni, carciofi e melenzane, pomodori sott’olio, sott’aceto, salati, seccati …  ma anche marmellate, mostarde…  e in cucina si appendevano anche trezze d’aglio, corone di diavulicchi ascquande, e pinnulàre di pumedòre  a ‘nzerte o pumedore de ‘mbìse (i pomodori invernali)...
Mazzi, ciuffi e ghirlande sparse, messe a decorare pareti, camini, fracassè, mensole, mobili.  Ornamentali, utili e soprattutto sempre a portata di mano, e non solo ...
Tutte queste provviste potevano nascondere qualche inconveniente.... infatti si diceva che:   " a case vecchie no' manghene sùrge"...  ;) 

 
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