┘ rÓdiotŔccheneche
L'ha scritt Peppe Nesta   
lunedý 18 maggio 2009

 Che favola essere nato a cavallo di un secolo e non solo, anche a cavallo di un millennio, dove evoluzioni tecnologiche e scientifiche hanno sconvolto tutto, migliorando, anche se detto tra parentesi non so proprio se completamente in bene, l’intera umanità.
Pensando agli anziani che si sono trovati negli ultimi sessanta settant’anni di fronte a qualcosa di inimmaginabile, dalla lanterna a petrolio a …
Un ricordo mi fa sorridere, il televisore … uno scatolone enorme con un vetrone nero parabolico.
Quando si accendeva il televisore bisognava aspettare un bel po’ “s’honna scarfà le valvole!”  questo dicevano i grandi quando dopo aver premuto l’interruttore ed alzato la levetta dello stabilizzatore, altro accessorio indispensabile affinchè non si bruciassero valvole e quant’altro dovuto agli sbalzi di tensione elettrica, lo schermo cominciava lentamente a cambiare colore.



Così come quando si spegneva, dopo aver premuto il pulsante di spegnimento, era come se si richiudesse in se stesso, lasciando un pallino luminoso al centro per molti secondi, finchè non spariva completamente e si restava a guardarlo come ipnotizzati.
Oltre alla enorme manopola del volume, c’era quella per il cambio dei canali … basti immaginare una manopolona che ad ogni movimento passava da VHS a UHF con uno scatto rumorosissimo dal primo canale al secondo, si proprio così si chiamavano le uniche due reti televisive, il primo ed il secondo.
Una volta il televisore di casa si guastò e mio padre chiamò un suo amico radiotecnico, un tale che si chiamava Giovanni come mio padre, che quel tardo pomeriggio si presentò con aria professionistica e con appresso una valigetta tipo 48 ore. 
Appoggiò la valigetta sul tavolo e la aprì … “meraviglioso!” esclamammo io e mio fratello Ruggero.  Nel suo interno c’erano tante bocce di vetro tipo lampadine cilindriche allungate, alcune colorate altre trasparenti in cui si intravedevano tanti filamenti e bandierine metalliche, erano valvole ci spiegò il signor Giovanni.
Prese un cacciavite e si mise dietro al televisore che non voleva saperne più di funzionare, ne rimosse il pannello e … ulteriore meraviglia, un universo sconosciuto si presentò davanti ai nostri occhi, tutte queste valvole allineate, fili e spinotti, poi un trombone che era l’altoparlante …
Giovanni accese il televisore, prese un lungo bastoncino di legno ed attese insieme a noi l’evolversi della situazione.
Le valvole cominciarono ad illuminarsi tenuamente come le luci rosee di un piccolo presepe, alcune luminosissime, altre emettevano luce meno delle altre, mentre talune erano spente e Giovanni cominciò a picchiettarci delicatamente sopra con il bastoncino per vederne l’effetto.
Ne rimosse una, la osservò ben bene e dalla sua valigetta ne prese una simile, la sistemò al posto di quella tolta ma non accadde nulla, al che rifacendo al contrario l’operazione, rimise quella originale.
Riprovò con una seconda, poi una terza, poi ancora ed ancora, ma non accadeva nulla che potesse far rivivere il televisore.
Giovanni si stava infastidendo, la sua pazienza era già al limite, forse erano anche gli sguardi attenti e curiosi miei e di mio fratello a farlo irritare di più, … non si sentiva a suo agio.
“Signor Giovanni … ma voi ne avete mai riparate prima televisioni?”  Disse Ruggero.
“Io penso che sia un mestiere difficile e bisogna saperlo fare, altrimenti le televisioni non si aggiustano!” Commentai immediatamente senza manco aspettare la risposta del signor Giovanni.
“Uè Giuà t’ha chiamà le piccinne e me l’ha luà d’attùrne pèppiacere!”  Esclamò Il signor Giovanni rivolgendosi stizzito verso mio padre.
Mio padre ci rimproverò aspramente e ci disse di allontanarci per non dare fastidio.
Non passarono più di cinque minuti che dalla cucina sentimmo un grido aspro, come uno di quegli starnuti secchi a bocca aperta … corremmo a guardare curiosi …
Il signor Giovanni aveva preso la scossa, una botta forte sull’alta tensione diceva lui, mentre mia madre si prodigava di corsa per portargli un bicchiere d’acqua e mio padre tenendolo per un braccio lo faceva sedere su una sedia in attesa che si riprendesse.
“Ha fàtte bbuene! … ‘a Madonne se l’ha vìste!” Esclamai io mentre mio fratello rideva a denti stretti.
Mio padre abbandonò il poveraccio e ci rincorse per tutta la casa … MUDÙ CẾ MAZZIATỎNEEE!!

pepp’nest’

Ultimo aggiornamento ( giovedý 21 maggio 2009 )