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mercoled 17 luglio 2019
 
 
E m m'a tagghie PDF Stampa E-mail
L'ha scritt carlo "U Sinnache"   
mercoled 12 gennaio 2011

 Propongo alla attenzione dei lettori una espressione ben nota e sovente usata nella nostra città, quando ci si deve “obtorto collo” arrendere all’evidenza, ovvero “E MO’ M’A TAGGHIE” (E adesso me la taglio!).

Il motto rappresenta la stoica risposta di chi, ormai pressato e soverchiato dalle avverse circostanze, non potendo ribaltare a proprio favore la situazione contingente invoca orgoglioso il primato del libero arbitrio umano contro il fato cieco e cinico.


Al proposito il Cataldo Andrea Momasuky, (Linguate sul Membro, 1921 - Caduta dal faro di S. Vito durante un rave party clandestino,1992) tracciava un ardito accostamento con la pratica suicida dei kamikaze giapponesi che durante l’ultimo conflitto mondiale sacrificavano la loro vita pur di affondare il naviglio nemico, leggendo nella espressione il  “suicidio virtuale” del soggetto attore che pur senza immolare la sua vita si privava però dell’attributo che lo definisce virilmente “uomo”, compiendo così quello che si può leggere come un sacrificio rituale.

Il Filippo Antonio Ghaleso, (Punta Prosciutto, 1879 - Ponte di Pietra, 1956) narra che l’espressione venne pronunciata da un marito che tornato anzitempo a casa sorprese la moglie in intimo colloquio con il di lei amante. Colto da sconcerto il tapino esclamò la frase indicando il proprio membro virile, volendo con ciò evidenziare la convinzione che lo stesso non gli fosse più necessario avendo la consorte trovato di meglio per soddisfare la sua fedifraga bisogna.

Di avviso leggermente diverso è il filosofo arabo Ahmet Abbash Alì Kaggjuni, (Casablanca, 1933 - Tuffo a volo d’angelo con atterraggio su scoglio semisommerso in Lido Azzurro, 1995) che fatto salvo l’antefatto, individua nella frase e nel gesto l’orgogliosa risposta di un novello Muzio Scevola che, a significare quanto il tradimento lo lasciasse indifferente, si propone per una autoevirazione al fine di dimostrare in maniera evidente la sua capacità di sopportazione del dolore (spirituale in un caso e fisico in un altro).

Ancora oggi gli studiosi si dibattono nella “vexata quaestio” dell’origine del detto, che tanta parte ha nella caratterizzazione del Tarantino d.o.c. che nulla riesce a smuovere dalla sua apatica accettazione degli eventi che la natura leopardianamente matrigna gli scatena contro.
 
< Vid quidd d'apprim.   Vid 'nnotre. >
 
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