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je acchiate u patrune? PDF Stampa E-mail
L'ha scritt carlo "U sinnache"   
marted 21 agosto 2012

 Mi erano giunte voci che davano per certa la messa in vendita del colosso cinematografico americano della Metro Goldwin Mayer ed avevo così invitato ad una cena informale qualche decina di amici e conoscenti che reputavo potessero essere interessati all’affare, per discutere della possibilità di rilevare il pacchetto di maggioranza della società che, pur non possedendo in magazzino capitali culturali come l’opera omnia di Mario Carotenuto o le performance poliziesche di Maurizio Merli e Franco Gasparri, offriva comunque la possibilità di poter arricchire con pellicole di indubbio interesse la mia cineteca personale ubicata al quarto livello sotterraneo della modesta dimora dove conduco la mia quotidianità lontano dai clamori del mondo.

Per l’occasione avevo deciso di allietare lo spirito ed il corpo dell’allegro convivio con una cenetta senza pretese ed avevo chiesto all’incommensurabile Archibald di procurarmi un po’ di tartufo d’Alba per insaporire il risotto ed altri manicaretti che mi accingevo a preparare.

Il fusiforme britanno tornò al mio cospetto dopo qualche minuto, recando seco un paio di chili scarsi dell’odoroso tubero, una quantità che giudicavo assolutamente insufficiente per le mie necessità, tanto che esclamai contrariato: “E ce ‘cchiate, u patrune?” (E che hai trovato, il padrone?).

Ancora una volta non considerai la scarsa dimistichezza con il dialetto tarantino del mio algido collaboratore che, udita la mia espressione, scattò come se fosse stato colpito da una scudisciata in volto e, rizzate le spalle e gonfiato il petto, mi fece presente con tono deciso e tagliente che proveniva da una terra che con la “Magna charta libertatum” firmata da Giovanni Senza Terra nel 1215 introdusse importanti diritti individuali e concesse ad ogni cittadino britannico l’orgoglioso primato di non essere giammai schiavo. Dopo la lezione di storia, ad abundantiam, Archibald mi fece quindi presente che considerava il suo operare quotidiano una missione volta al miglioramento eudemonico dell’armonia universale e che mai, in tutta la sua onorata carriera, si era sentito un servo sottoposto ad un qualsivoglia padrone.

Mi fu subito chiaro l’equivoco e, volendo chiarire il malinteso, senza por tempo in mezzo affidai la preparazione della cena al personale di cucina pregando Archie di seguirmi in biblioteca.

Raggiunsi la sezione “Filosofia politica e storia sociale” e dopo aver scorso qualche titolo finalmente trovai il saggio “Attacca u ciuccie addò vò u patrune – Per una liberazione del proletariato dal basto del capitalismo” redatto con veemenza dalla intellettuale trotzkista polacca Ludmilla Kuanthapizzha Khawulewa (Danzica, 1922 – Elettrocuzione seguita al tentativo di esproprio proletario degli addobbi luminosi predisposti in Via D’Aquino dalla Amministrazione Comunale di Taranto, 1985) che offriva una disanima del detto confacente alle mie necessità didattiche.

Nell’opera in oggetto la Kuanthapizzha Khawulewa ammette di non poter indicare con certezza l’origine della espressione ma, in base al suo passato militante, ne fornisce delle spiegazioni assai convincenti, fondate sul rapporto conflittuale tra il possidente capitalista e la plebe proletaria. Una prima ipotesi si rifà alla proverbiale renitenza del ricco “padrone” a cedere un qualsivoglia bene ai propri sottoposti, anche se detta cessione è finalizzata alla realizzazione di un servizio e/o al conseguimento di un vantaggio da parte del possidente stesso. Dall’avaro di Moliere alla maschera di Pantalone, dal Paperon’ de Paperoni disneyano al mercante di Venezia immortalato dal grande bardo, tanti sono gli esempi di gretti personaggi che sospettano indebite appropriazioni da parte dei loro incaricati e che quindi pretendono che il cuoco cucini senza ingredienti, che l’auto viaggi senza benzina, che nel frigo non vi sia la Raffo.

Segue un’altra e più avventurosa ipotesi in cui i due attori (l’ipotetico padrone ed il soggetto del commento) non sono legati da alcun vincolo di collaborazione e/o dipendenza ma rappresentano l’uno il titolare e l’altro il pretendente alla proprietà di un bene materiale mobile, oggetto di una transizione condannata dall’art 624 del Codice Penale e comunemente individuata con il termine “furto”.

Capita spesso che in periodi di vendemmia ignoti si introducano in altrui latifondi ed inizino ad operare al fine di appropriarsi della maggior parte possibile del raccolto disponibile, operazione a volte interrotta dall’improvviso arrivo del legittimo proprietario che costringe i primi ad allontanarsi con un bottino assai più scarso di quello previsto.

Chiedere però a qualcuno se “ha trovato il padrone” non vuole però né indicarlo come un servo sottoposto alle tirchierie di un padrone bilioso e né tantomento vuole ipotizzare una provenienza men che lecita del bene scarsamente addotto; infatti il padrone di cui si stigmatizza l’avarizia è il destinatario stesso del commento, in una ennesima applicazione del “modus operandi” che porta il tarantino a non esprimere mai direttamente il proprio disappunto, affidandolo invece ad antifrasi, allusioni o iperboli retoriche.

Giusto per fare un paio di esempi, la gentildonna tarantina userà l’espressione in esame per sottolineare gli scarsi carati dell’anello di fidanzamento ricevuto dallo spasimante, così come, pronunciato con inconfondibile savoir faire da un titolare della “Raffo’s fidelity card”, esprimerà al mescitore del dorato nettare la pretenziosa attesa di una maggiore quantità di birra nel proprio bicchiere.

Come ideologico contrappunto della avarizia padronale la Kuanthapizzha Khawulewa riporta una serie di esempi di prodigalità offerti dal popolino e dalla bassa borghesia commerciale, riuniti dai termini “A bbona mesura” (la buona misura) o “A ghicatora” (la piegatura, l’inclinazione) che risultano essere, in questa particolare occasione sostanzialmente sinonimi tra loro.

Stante la discutibile precisione degli strumenti di misura e valutazione del peso (bilance e stadere) e delle quantità delle merci, capitava spesso che l’acquirente esprimesse il sospetto che al prezzo pagato non corrispondesse l’esatta quantità fornita. A fronte di tale contestazione, e spesso per prevenirla più che per confutarla, capitava che, una volta misurata la fornitura, il venditore aggiungesse, “motu proprio”, una ulteriore quantità compresa nel prezzo, evidenziando il magnanimo gesto con frasi tipo “E quiste pe bbona mesura!”.

La quantità aggiunta era ovviamente lasciata alla esclusiva discrezione del cedente ed era rapportata alla quantità ed alla tipologia della merce ceduta; spaziando quindi da una mela o un pomodoro inserite in un sacchetto già pesato ad una manata di alicette o gamberi aggiunte nel cartoccio prima di chiuderlo.

Da uno sconto in natura la cosa ha assunto nel tempo un carattere quasi obbligatorio e capita spesso che “a bbona mesura” venga espressamente chiesta e pretesa dalla massaia addusa a trattare ogni e qualsiasi acquisto effettuato presso  i banchetti del mercato rionale.

Una parentesi specifica merita “a ghicatora” che si riferisce specificatamente a liquidi quasi sempre di natura alimentare quali vino e olio che una volta venivano venduti sfusi.

Accadeva così, ad esempio, che la massaia recasse la sua bottiglia alla bottega del vinaio per rimpinguare le scorte enologiche in previsione del pranzo della domenica; il commerciante spillava il vino dalla botte in una caraffa e con questa versava il vino nella bottiglia, raggiunta la quantità pattuita sollevava la caraffa per interrompere il flusso del liquido ma quasi sempre la signora sollecitava “a ghicatora”, ovvero lo invitava a inclinare un altro po’ la brocca al fine di riempire fino all’orlo la bottiglia.

“Na signò, e quist’ je nu litre de vine” (Ecco signora, questo è un litro di vino).

“E a ghicatora, non c’ m’l’ha mettere?” (E la “piegatura” non la aggiungi?)

“Na signò, mo basta ca c’no spitterra tutt’n’terra!” (Ecco signora, adesso basta perché altrimenti trabocca per terra!).

 
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