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domenica 24 marzo 2019
 
 
U CANE ASCHQUATE AVE PAURA DELL’ACQUA FREDDA PDF Stampa E-mail
L'ha scritt Piergiorgio   
giovedì 23 settembre 2004
Ero nella "Palestra dell'Ardimento", ospitata nel seminterrato dell'ala sud-sud-ovest della mia raccolta residenza, intento ad indicare agli operatori della sicurezza che vigilano sul mio modesto peculio i punti vitali del corpo umano, da colpire in caso di legittima difesa, che avevo contrassegnato sul poster a grandezza e nudità naturale di tale Costantino, poster allegato ad un numero di "Zilata moderna" capitato per sbaglio nella mazzetta dei quotidiani che di solito il mio edicolante di fiducia mi fa pervenire di buon mattino.

Mentre illustravo il modo di sferrare un calcio all'inguine ed i suoi dirompenti effetti, il buon Archibald entrò recandoci quale gradito refrigerio e meritato sollazzo, una cassa di Raffo ghiacciate, grazie alle quali ci accingemmo a ritemprare il corpo e lo spirito, duramente provati dal virile cimento.

Mentre il maggiordomo vellutovestito attendeva che terminassimo di tracannare la sublime bevanda, il suo occhio discreto cadde sulle prime pagine di alcuni quotidiani locali, tutte occupate dalla querelle "Sircom si Sircom no, rigassificatore si rigassificatore no", dando una rapida scorsa delle opinioni pro e contro gli insediamenti previsti.

Terminata la lettura di editoriali ed elzeviri il vecchio Archie mi chiese perplesso come mai a Taranto gli stessi personaggi che si lamentano della disoccupazione si impegnassero poi in sì strenue battaglie per allontanare investimenti in grado di portare benessere e lavoro al territorio.

Tra un sorso e l'altro mi limitai a commentare: "Ehh, Archi, u cane aschquate ave paura dell'acqua fredda…" (Ehh Archibald, il cane scottato [dall'acqua calda] ha paura [anche] dell'acqua fredda) ma come è facile immaginare al fedele famiglio sfuggi il nesso che c'era tra cani abbrustoliti, centri commerciali, acque gelate e rigassificatori ispanici.

Fu giuocoforza lasciare i miei body guard ad ammirare la disposizione dei sette chakra sul corpo discinto di una Gloria Guida ritratta sorgente dalle acque all'apice del suo successo cinematografico e recarmi, seguito dal perplesso Archibald nella biblioteca che tanto spesso mi ausiliava a colmare codeste sue lacune.

Dopo una breve ricerca recuperai il saggio filosofico "Lo Zen e l'arte della manutenzione della paranza" redatto dal nobile francese Antoine Marie Gustave Livorie, marquise de Spizzidde (Versailles, 1754 - decapitato durante un maldestro tentativo di apertura di "Raffo collo corto" con l'ausilio dell'invenzione di monsieur De Guillottin, 1802) che, colto da crisi mistica, abbandonò gli agi della corte d'oltralpe per vagare ramingo nell'italia meridionale alla ricerca della elevazione spirituale.

Nell'opera citata, il Livorie espone con singolare chiarezza alcune caratteristiche dell'allora poco conosciuta filosofia orientale; in particolare il nobile dedica una apposito capitolo alla teoria della reincarnazione e del destino karmico che pende su ognuno di noi. Prima ancora che Jung parlasse di archetipi e memorie non derivate dalla esperienza individuale ma legate ad un inconscio collettivo, i saggi asiatici immaginarono che l'anima dell'uomo non terminasse il suo cammino in un'unica esistenza ma bensì trasmigrasse da un corpo all'altro, al pari di un uomo che indossa un altro abito quando quello che ha è ormai consunto, elevandosi o precipitando spiritualmente in funzione della condotta tenuta nelle vite precedenti.

Ad ogni reincarnazione l'anima dimentica quasi completamente gli eventi delle esistenze passate, conservando di queste solo vaghe reminescienze inconsce che a volte affiorano nei sogni o durante stati alterati di coscienza. Si spiegherebbero così alcune paure e fobie illogiche, alcune inclinazioni e predisposizioni irrazionali, che non attingono alla nostra memoria attuale, ma a quella semisepolta nel nostro intimo.

Per dimostrare quanto ciò sia vero, il Livorie cita appunto il motto in oggetto, evidenziando come un cane (inteso come essere non dotato di logica al pari dell'uomo), una volta scottatosi a causa dell'acqua bollente contenuta in una pentola in cui magari ha improvvidamente infilato una zampa, temerà il contatto anche con l'acqua fredda, poiché questa gli ricorderà la precedente, dolorosa, esperienza. Come una sorta di esperimento di Pavlov alla rovescia, il marchese afferma quindi che, più spesso di quanto si creda, non è la realtà a condizionare le nostre azioni, ma il modo in cui la interpretiamo sulla base delle esperienze passate.

Chi da bambino ha rischiato di annegare magari non ha dell'infortunio un ricordo chiaro, ma ne conserva una paura profonda e irrazionale, i cui motivi magari non riesce neppure a individuare. Così oggi i tarantini, al pari del proverbiale cane, non sanno, non vogliono, non possono infilare la loro zampa nel pentolone Sircom o nella marmitta rigassificatore; come il fedele amico dell'uomo non sanno, non vogliono, non possono giudicare in maniera logica e razionale le rassicurazioni dei proponenti ed il radioso futuro che questi prospettano. Come un cane ustionato, dalla memoria dei tarantini riemergono le promesse di lavoro e prosperità spese cinquant'anni fa quando si parlò del IV Centro siderurgico, le speranze di progresso e benessere battute sulla grancassa che inaugurò cementifici e raffinerie.

Di quella cascata di vantaggi e guadagni che qualche decennio fa sembravano sicuri e dietro l'angolo oggi non rimangono che interi quartieri sommersi da fumi e polveri, litorali marini violentati dal cemento, territori una volta tanto salubri e rigogliosi da poter ospitare sanatori contro la tubercolosi ed oggi popolati da ruderi cadenti di fabbriche in disuso, chiese e masserie plurisecolari dimenticate dai nipoti di coloro che vi trovarono serenità e salvezza. Fabbriche e stabilimenti che dovevano dare lavoro a generazioni dopo generazioni di tarantini e che invece, amaramente, hanno mandato a casa in anticipo una larga fetta di coloro che per primi li avevano costruiti.

E' forse questa la prima pregiudiziale da rimuovere, forse ancora prima dell'esame tecnico è necessario se non indispensabile cancellare questa ombra che grava nel cuore e nella memoria di coloro che, alle promesse dell'imbonitore di turno, rispondono cinicamente sconsolati: "see, belle parole e belle programme , accome deceva Cumbà Giuanne…"

Ultimo aggiornamento ( martedì 28 settembre 2004 )
 
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