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domenica 24 marzo 2019
 
 
SHA SQUAGGHIAT A NEVE E MO PARENE LE STRUNZE PDF Stampa E-mail
L'ha scritt U sinnache   
mercoled 01 marzo 2006
Ero nell’ufficio ospitato nella terza dependance del padiglione M dell’ala nord-nord-est della mia piccola magione intento a studiare la relazione inviatami dal collegio dei probiviri da me designato ad esaminare il bilancio operativo relativo al corrente esercizio finanziario della “Paperball Ltd.”, una modesta multinazionale con sede nelle isole Cayman di cui ho la ventura di possedere il 51% del pacchetto azionario.

La Paperball Ltd. è nata in risposta ad una precisa esigenza di mercato espressa dal mondo impiegatizio, in particolare dal personale occupato nelle strutture statali e parastatali del pubblico impiego. Qualche anno fa si pensò infatti di operare la concessione di promozioni gerarchiche e gratifiche economiche ai dipendenti sulla base della produttività e, dovendo adottare per la valutazione dei criteri oggettivi e scientificamente misurabili, si pensò di quantificare indirettamente il rendimento dei sottoposti tramite la pesatura dei relativi cestini della carta straccia.

Il principio che guidava questa metodologia discendeva dalla cosiddetta “legge dei grandi numeri” secondo la quale, essendo il lavoro finale utile prodotto statisticamente proporzionale alla quantità di schizzi, bozze e memorandum redatti preliminarmente, la valutazione “in corpore vili” del peso di questa ultima massa di carta eliminata perché non più utile alla bisogna forniva con sufficiente approssimazione un indice di produttività del soggetto in esame.

Come tutti sanno, di buone intenzioni è lastricata la strada per l’inferno e così, in omaggio al “todos caballeros” ci fu una corsa al riempimento dei cestini; nessuno voleva perdere questa occasione e si iniziò ad accartocciare di tutto: carta da pacchi, riviste illustrate, vecchi documenti ingialliti, calendari degli anni passati, qualunque cosa avesse come denominatore comune la carta.

A causa di questo improvviso aumento della attività manuale, le estremità di coloro che fino a quel momento avevano affrontato lo sfogliare la “Gazzetta dello Sport” come massimo sforzo accusarono tutta una serie di inconvenienti fisici: sindromi del tunnel carpale, disfunzioni erettili delle falangi e infiammazioni dei tendini del polso tra le più comuni.

Si aprì così la possibilità di un redditizio mercato per la carta pre-piegata: personale a basso costo in alcuni paesi del terzo mondo passava ore ed ore a schiacciare, appallottolare, spiegazzare fogli di carta uso ufficio che poi, debitamente raccolti in comode confezioni monouso venivano offerte nei vari spacci aziendali o diventarono degli appetiti fringe-benefit da cedere a colleghi o sottoposti.

Da un po’ di mesi però i ricavi erano però in netta flessione ed il top-management da me interrogato attribuiva la cosa ad un nascente spirito ambientalista, che portava i nostri clienti a riciclare più carta ed a sprecarne di meno; insospettito della cosa avevo chiesto ad un gruppo di esperti di esaminare le scritture contabili della società per scoprire eventuali magagne, che in effetti erano saltate fuori.

Nel complimentarmi con me stesso per l’acume dimostrato, esclamai “A-HA, S’HA SQUAGGHIAT’ A NEVE E MO’ PARENE LE STRUNZE” (Si è sciolta la neve ed ora appaiono gli stronzi) proprio mentre il felpato Archibald entrava per portarmi la tazza di tè al bergamotto che quotidianamente sorseggiavo a quell’ora. Il fedele maggiordomo udì la mia colorita espressione ma credette che si riferisse alle notevoli precipitazioni atmosferiche che ammiravamo in questi giorni, premurandosi quindi di chiedermi se ritenevo fosse il caso di disporre una più efficace copertura del cumulo di letame che i nostri mezzadri usavano per coltivare all’antica un latifondo seminato a sorgo.

Capii dalla domanda che il mio britannico sottoposto nulla aveva colto dell’intima essenza del motto da me profferto e così, ancora una volta, mi determinai ad illuminarlo in merito, ricorrendo a quanto riportato nel “Cantico dei Chiantici”, una raccolta di racconti ispirati agli incidenti automobilistici curata dal giornalista sportivo finlandese Peter Suhallorjmjnj Mhakkappotthaij (Tampere, 1834 – Trauma cranico e fratture multiple causate da vasca da bagno in ghisa porcellanata lanciata da mano ignota da uno stabile del quartiere Salinella la notte di capodanno del 1889) detto “Re Salamone” per via delle notevoli dimensioni del suo attributo virile (“Je quanta a leva d’u cambie de na corriera d’a Suddest” amava spesso ripetere in proposito).

In particolare, nel racconto “A me spruscia e a te vè n’gule”, che narra di un tamponamento a catena provocato dal fondo stradale reso viscido dalla neve e da cui fu tratto il film “Crash” di D. Cronenberg, il Suhallorjmjnj Mhakkappotthaij riporta l’espressione da me citata, spiegando che con questa si intende evidenziare il disvelamento di una situazione negativa, fino ad allora nascosta da una tranquillizzante facciata ipocrita e falsa.

A differenza del motto italiano “Prima o poi tutti i nodi vengono al pettine”, in cui è solo il passare del tempo a determinare l’apparizione della verità; nel detto tarantino in esame il “deus ex machina” rivelatore è soprattutto il compiersi di una crisi, la rottura di un velo, il “mille e non più mille” che segna indelebilmente un passaggio che, al pari delle gibilterriane colonne d’Ercole, non consente ritorni ad un passato che diventa istantaneamente remoto.

Il motto in esame verrà quindi appropriatamente citato da un padre che verifichi con un blitz a sorpresa la pagella scolastica o il libretto delle assenze del debosciato rampollo che fino ad allora aveva millantato votazioni ben oltre la sufficienza e diuturna frequenza delle lezioni così come da un ostinato magistrato che verifichi con puntiglio gli apparentemente tranquillizzanti dati relativi all’inquinamento atmosferico dovuto alle emissioni industriali delle locali industrie siderurgiche, da un marito che, consultando il resoconto allegato alla astronomica bolletta telefonica ricevuta, si renda conto che la fedifraga consorte si intrattiene in lunghe e costose telefonate al cellulare col proprio amante o finanche da un nobile da antiche generazioni che riconosca un parvenu da alcune sue eclatanti infrazioni al galateo codificato da Monsignor Della Casa.

 
< Vid quidd d'apprim.   Vid 'nnotre. >
 
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