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mercoledý 08 aprile 2020
 
 
GIACCHINE FECE A LEGGE E GIACCHINE FU ACCISE PDF Stampa E-mail
L'ha scritt Usinnache   
venerdý 14 aprile 2006
Ero intento a vagliare con un crivello la ghiaia che avrei poi impiegato per comporre il giardino zen che intendevo realizzare nel padiglione est-nord –est della mia picciola casetta quando fui raggiunto dal sempre solerte Archibald che, intendendo fornirmi ristoro morale e materiale, mi recava una bibita fresca, alcuni appetizer ed un apparecchio radiofonico sintonizzato sulla emittente nazionale da qui, in quel mentre, veniva irradiato un notiziario che illustrava, con un profluvio di dati statistici e roboanti dichiarazioni, gli umori e la situazione seguita alle recenti elezioni politiche.Tutto impegnato nella mia opera di selezione silicea, di sovrappensiero commentai il disappunto del premier  in carica - al cui governo andava ascritta la responsabilità della tanto deplorata legge elettorale con cui si erano svolte le consultazioni popolari – con l’espressione: “Ehhh, Giacchine fece a legge e Giacchine fu accise!” (Ehhh, Gioacchino fece la legge e Gioacchino fu ucciso!). Come sempre l’anglofono Archibald equivocò il mio dire e dal suo sguardo stupito muta emergeva la domanda che chiedeva come potesse un capo di abbigliamento produrre norme legislative e venire per questo ammazzato.
Fu giocoforza riporre vaglio e ciottoli ed avviarmi con il perplesso famiglio verso la modesta biblioteca che in tante simili occasioni mi aveva tratto di impaccio; li dopo breve quanto fruttuosa ricerca rinvenni il prezioso libello "Karma e gesso - la teoria della causa-effetto applicata al gioco del biliardo alla goriziana" di Sua Divina Grazia Swami Bhashahamuthandha (Bangalore, 1825, ferite multiple riportate durante un esercizio di meditazione su un letto di cocci di Raffo, 1874), noto guru indiano, già esperto frequentatore di circoli ricreativi e dopolavoristici in area ionica, conosciuto ai più per la sua saggezza  interiore e per la sua rattusaggine esteriore, che lo portava a chiedere alle adepte di abbassare i propri indumenti intimi al fine di mettere a nudo la loro vera essenza e permettere al suo principio vitale maschile di stimolare in loro il risveglio della Kundalini.
Nel detto libello il Maestro spirituale, per illustrare al popolo la teoria del Karma e la "legge dell'Azione" che vuole che in una esistenza si colgano i frutti conseguenti alla vita precedente, usò per l'appunto il motto da me citato, fornendone acconcia spiegazione.
Gioacchino Murat fu Maresciallo dell'Impero napoleonico e Re di Napoli dal 1808 al 1815. Figlio di un albergatore, studiò in seminario, ma ne fu espulso a vent'anni per rissa. Fece per tre anni il mestiere paterno, poi si arruolò e fece parte della guardia costituzionale di Luigi XVI. Alla caduta della monarchia si arruolò nell'esercito e divenne rapidamente ufficiale. Nel 1792 era a Parigi a sostenere Napoleone contro l'insurrezione realista. Lo seguì poi nella campagna d'Italia e in quella d'Egitto, dove fu nominato generale e fu determinante nella vittoria di Abukir contro i Turchi. Inoltre artecipò attivamente al colpo di stato del 18 Brumaio 1799 e divenne comandante della guardia del Primo console. L'anno dopo sposò la sorella di Napoleone, Carolina Bonaparte.
Eletto nel 1800 deputato del suo dipartimento, il Lot, poi nominato comandante della prima divisione militare e governatore di Parigi, al comando di 60mila uomini, nel 1804 fu nominato Maresciallo dell'impero, e due anni dopo Granduca di Clèves e di Berg.
Nel 1808 Napoleone lo nominò re di Napoli, dopo che il trono sottratto ai Borboni si era reso vacante per la nomina di Giuseppe Bonaparte a re di Spagna. A Napoli il nuovo re fu ben accolto dalla plebe, che ne apprezzava la bella presenza, il carattere sanguigno, il coraggio fisico, il gusto dello spettacolo e alcuni tentativi di porre riparo alla sua clamorosa miseria - e ovviamente detestato dal clero. Durante il suo breve regno, Murat avviò opere pubbliche di rilievo (il ponte della Sanità, via Posillipo, nuovi scavi ad Ercolano, il Campo di Marte ecc.), e non solo a Napoli, ma anche nel resto del meridione (bonifica delle paludi a Gioia Tauro, illuminazione pubblica a Reggio di Calabria, progetto del Borgo Nuovo di Bari). La nobiltà apprezzò le cariche e la riorganizzazione dell'esercito sul modello francese, che offriva belle possibilità di carriera. I letterati apprezzarono la riapertura dell'Accademia Pontaniana e l'istituzione della nuova Accademia reale, e i tecnici l'attenzione data agli studi scientifici e industriali. I più scontenti erano i commercianti, ai quali il blocco imposto ai commerci di Napoli dagli inglesi rovinava gli affari (contro il quale lo stesso Murat tollerava e favoriva il contrabbando, il che costituiva un'ulteriore ragione di favore popolare per lui). La spinta innovatrice del decennio murattiano fu rapidamente inaridita dal ritorno dei Borboni.
Dopo la seconda caduta di Napoleone, che aveva cercato di raggiungere a Parigi, fuggì in Corsica da dove tentò di passare a Napoli per sollevarne le popolazioni. Dirottato da una tempesta in Calabria, fu arrestato, condannato a morte secondo una legge da lui stesso voluta, e fucilato a Pizzo Calabro il 13 ottobre 1815. Di fronte al plotone d'esecuzione si comportò con grande fermezza, rifiutando di farsi bendare, e pare che le sue ultime parole siano state: "Sauvez ma face -- visez à mon cœur -- feu!" (Salvate la faccia, mirate al cuore).
La saggezza popolare non poteva non cogliere il recondito significato di tale evento, e coniò il detto in oggetto, ancora oggi impiegato per commentare con arguzia o rassegnazione, eventi che all'originario possono in qualche modo afferire, quali ad esempio un giudice arrestato per una inchiesta da lui promossa o, per l'appunto, un politico trombato (absit iniura verbis) in base ad una legge da lui emanata.

Ultimo aggiornamento ( martedý 18 aprile 2006 )
 
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