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lunedì 27 maggio 2019
 
 
Uèzete prest’ e caca addò vuè! PDF Stampa E-mail
martedì 27 luglio 2004

In una torrida serata estiva ero intento ad esercitarmi nello shodo, l'arte della calligrafia giapponese, quando, improvvisa ed inaspettata, mi giunse la telefonata del caro sodale Camillo, di passaggio per gli ameni lidi natali, che immantinente mi invitava ad incontrarci al fine di ragguagliarci a vicenda sugli ultimi avvenimenti occorsici.
Non posi tempo in mezzo nell'accettare volentieri e concordammo di incontrarci di lì a mezz'ora presso un noto bar della zona di San Vito, conosciuto dai suoi numerosi utenti come "La Fenice", per via del posto a sedere che a causa del costante affoillamento, "che ci sia ciascun lo dice, ove sia nessun lo sa".

Conscio di questo piccolo inconveniente, peraltro ampiamente compensato dalla gradevolezza del caffè freddo shakerato ivi servito, chiesi ad Archibald di partire subito con la Bentley di servizio e precedermi nel locale per occupare tre posti, nel mentre che io riponevo pennello, inchiostro e carta di riso e indossavo un abbigliamento acconcio all'occasione.
Il vecchio Archie, assai poco abituato ad uscite pubbliche dopo il tramonto, espresse una qualche perplessità sulla necessità di cotanta precauzione, ritenendola oltremodo esagerata. Impegnato nei preparativi non mi peritai di confutare le sue osservazioni e mi limitai a rispondere: "Archibà, uèzete prest' e caca addò vuè!" (Archibald, alzati [dal letto] presto [di buon mattino] e defeca ove più ti aggrada) ma mal me ne incolse, perché il segaligno famiglio si dimostrò alquanto turbato, non comprendendo cosa mai centrasse una sveglia antelucana con la liberazione delle visceri e la occupazione di posti a sedere in locali di pubblico trattenimento.

Oramai ero pronto ad uscire e lo stratagemma della partenza anticipata del monolitico butler era inutile, gli chiesi quindi di segurmi in auto, al fine di soddisfare le sue, peraltro legittime, curiosità. Tramite una connessione WAP stabilita con l'apparato di telefonia cellulare di cui era dotata la Bentley di cui sopra, consultai il sempre soddisfacente motore di ricerca "Cevuecchianne 6.0", rintracciando in pochi istanti le informazioni che necessitavo grazie al link www.unitarde.ta/bio/testi/semela/ripademare.htm tramite il quale ebbi accesso alla versione elettronica del libro "Caca addo' vuè, ma no' vicin'a mmè! – Tecniche di marker territoriale con ausilio di rifiuti solidi organici" della etnoantropologa ellenica Teladòs Emeladài (Corinto, 1910 – trauma occipitale a seguito "sprusciamento" su bottiglia di Raffo vuota presso la postierla "Maria Immacolata", 1969), professore associato di Biologia marina e Tecniche di preparazione del polpo "alla Luciana" presso la facoltà di biologia del politecnico di Bari, sezione staccata di Lido Azzurro.
La Teladòs Emeladài, allieva del connazionale professore Teodoro Ethilekko (Mykonos, 1892 – emorragia interna causata da una sovrapressione d'aria immessa nel tratto terminale dell'intestino a causa di un colpo accidentale partito da un fucile subaqueo "Mares super shark 2000" con cui il professore stava autostimolando la propria glandola prostatica, 1948) che sostituì il luminare dopo la sua prematura scomparsa, nel testo citato traccia una interessante disanima tra le modalità comportamentali del tarantino, esaminandole nell'ottica etnoantropologica.

La chiarissima professoressa ad esempio, attribuisce il costante inquina-mento antropico del litorale jonico non già alla maleducazione degli utenti che, se così fosse avrebbero un inspiegabile atteggiamento autolesionista, stante il fatto che tornano poi a balneare sempre negli stessi luoghi su cui abbandonano bottiglie vuote, lattine sventrate, pannolini e scorze di mellone, ma bensì ad una forma di "marcamento del territorio" che consente agli stessi sia di riconoscere i litorali ove hanno soggiornato che di tenere lontani coloro che non gradiscono spiagge così "arredate".
Stante il numero elevato di utenti rispetto alle superfici balneabili disponibili, appare di tutta evidenza che il fattore tempo assume una importanza determinante, poiché chi arriva per primo su un tratto di spiaggia "vergine" ha buon gioco nel delimitarlo coi i propri "memorabilia", a ciò, ed alla conclamata assenza nella autovettura del tarantino medio di qualsivoglia apparato di refrigerazione ambientale, si deve quindi attribuire la partenza antelucana di carovane di balneanti con auto caricate all'inverosimile di ombrelloni, sdraio, frigoriferi portatili stipati di generi alimentari di prima, seconda e terza necessità.

La abitudine sopradescritta non è però frutto solo della necessià balneare ma si riallaccia, sempre secondo la Teladòs Emeladài, a tempi assai antichi: sulla base di quanto riportato da J. Frazer nel suo fondamentale "Il ramo d'oro" infatti, la studiosa ellenica sostiene che, al pari degli altri animali, anche l'uomo usava in passato marcare il suo territorio con i suoi rifiuti organici. Poiché in passato le abitazioni non erano dotate di servizi igienici, era cosa normale, specialmente per i residenti in ambienti agricolo-rurali, deporre i propri escrementi in aperta campagna. La zona di deposizione non era scelta in maniera casuale, essa infatti non poteva essere vicina alla abitazioni, per non creare disagio ai residenti, e doveva altresì essere compresa nella propria proprietà, sia per la valenza intrinseca del "rummato" come concime, sia per evitare che l'atto potesse essere interpretato dal proprietario del fondo "omaggiato" come dileggio o offesa. Per quanto sopra, la "deposizione" dell'olezzante fardello veniva spesso effettuata al limitare del proprio appezzamento, come una sorta di cippo catastale a cui veniva affidato il compito di tracciare il limite della proprietà.

Rimane di tutta evidenza che i campi erano solitamente adibiti a ben altro che non a ricettacolo escrementizio e che quindi solo alcune zone avevano caratteristiche tali da rendere scomoda o poco conveniente la loro coltivazione quindi permetterne l'utilizzo a mo' di cloaca. Ecco che quindi occorreva sorgere di buon'ora dal giaciglio, non già per la pressante voglia di iniziare la faticosa giornata nei campi ma per poter avere l'agio di scegliere la zona che più si confaceva alla mattutina evacuazione, essendo assai poco piacevole svolgere tale compito negli stessi siti ove qualcun altro aveva, pochi minuti prima, dato libero sfogo alle proprie interiora.

Da allora ad oggi, naturalmente, tante cose sono cambiate e di codesti antichi riti, ora non rimane più traccia, se non in alcune usanze o in colorite espressioni popolari. Così, mentre raffinati e pudichi personaggi affermeranno che "il mattino ha l'oro in bocca" o che "chi primo arriva meglio alloggia", il tarantino, lungi dall'essere gratuitamente coprolalico ma invece vieppiù memore dei rurali trascorsi del suo popolo pungolerà il suo pigro figliolo all'atto della sveglia spronandolo con un quantomai espressivo: "uèzete prest' e caca addò vuè!" per ricordargli che, nella quotidiana lotta per la sopravvivenza, il primo è tutto ed il secondo è nessuno.

Ultimo aggiornamento ( martedì 27 luglio 2004 )
 
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