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sabato 23 gennaio 2021
 
 
Il suonatore di piatti PDF Stampa E-mail
L'ha scritt Usinnache   
mercoledý 12 luglio 2006
Leggere “Il giovane Holden” mi fatto tornare in mente una vecchia curiosità, un quesito che possiedo da un tempo così lungo che quasi mi ci sono affezionato.
Davvero, come un vecchio comodo cappotto o, che so, il fidato “Califfone” nero, liberarsene è un attimo, ma poi senza si sta davvero meglio?
Se studiassi in un' accademia musicale non mi sarebbe difficile liberarmi di questo piccolo innocente interesse insoddisfatto, ma in realtà credo che mi sentirei nudo di quell'immagine un po' poetica che l'ignoranza della risposta mi proietta nell'immaginazione.
Credo che molti la pensino come me e si rifiutino pervicacemente di chiedere, altrimenti non vedo come giustificare la fiera, nobile solitudine che risaputamente circonda il suonatore di piatti.

Vedete, c'è tutto un rigido galateo che governa le gerarchie e le dinamiche che intercorrono in un' orchestra. Ci vuole, è vitale, la musica è comunque una cosa ordinata. Cosa paradossale, se si pensa che è la manifestazione più immediata e naturale della nostra natura passionale. C'è da rifletterci.
Ad ogni modo, come dicevo, c'è tutta una miriade di regole da rispettare quando ci si siede in un' orchestra, a cominciare dall'ordine in cui ci si presenta e ci si siede, il percorso che si deve tenere per raggiungere la propria sedia, quando e come alzarsi, quando e se inchinarsi, dove posizionarsi, come ci si veste - nel minimo dettaglio - come si sta durante le pause.
Se si legge uno spartito in due quello più bravo sta a destra, l'altro sta a sinistra e gira la pagina.
Nelle file più avanti ci stanno i più anziani ed esperti, così come sono gerarchicamente superiori quelli che si trovano più vicini al bordo del palco rispetto a quelli che ne stanno più lontano.
Le viole stanno a sinistra dei violini, e sono oggetto, da parte di questi ultimi e dei violoncelli, di motti e lazzi quanto lo sono i carabinieri per gli italiani o i turchi per i tedeschi.
Il primo violino è sempre il più bravo, il più antipatico e il più odiato. E' l'ultimo ad entrare in scena, appena prima del Direttore, che stringe la mano solo a lui autorizzandolo a guardare tutti gli altri come fossero merde.
Tra gli archi la competizione per passare anche solo alla sedia di destra è feroce e senza tregua.
I violoncelli, in quanto ossatura e piedistallo di tutta la musica non sono odiati da nessuno, ma nemmeno li si caga troppo, mentre i fiati... bè, cosa sono?
Le arpiste sono creature del paradiso dalle mani incantate, i pianisti stravaganti capaci eremiti.
Il Direttore è un dio che smuove pianeti col cenno di una mano e... ecco, il suonatore di piatti come si colloca in questo microcosmo, in questa feroce dinamica che produce suoni che commuovono?
Una volta, quasi sovrappensiero, l'ho chiesto ad un musicista, e lui - faceto - mi ha risposto "il suonatore di che roba?".
Ecco, io trovo invece che quella del suonatore di piatti sia una figura di un romanticismo ineguagliato, avvolta di fitto mistero e carica di una responsabilità che spalle deboli non potrebbero mai sopportare.
Si vedono lì, in piedi tutto il tempo con le mani in mano fianco a fianco al non meno singolare suonatore di tamburi, e la loro inerzia è tale da farli passare spesso per superflui o appena appena utili.
I piatti, poi, che ci vuole a suonarli? Sono due dischi schiantati uno contro l'altro, lo saprebbe fare l'ultima delle massaie in fondo.
Ma pensate a quando la musica incalza, quando uno dopo l'altro gli strumenti si inseguono e le note, galoppando e superandosi tra loro arrivano ad affollarsi in un ingorgo sonoro quasi insostenibile.
La voce potente e maestosa dei violoncelli fa vibrare le sedie, gli acuti dei violini si accapigliano per raggiungere il cielo, mentre le viole, tenendo con la mano sinistra i violoncelli prima che sprofondino sottoterra, con l'altra afferrano i vanagloriosi cugini prima che si perdano in volo, creando una cosa meravigliosamente umana..
I fiati squillano sfide mentre il rullo dei tamburi evoca selvaggi istinti.
La bacchetta del direttore guizza come un pendolo impazzito, scandendo un tempo che, incalzante e tiranno tutti si obbligano a seguire.
Sullo spartito c'è scritto “ff”, e tutti soffiano, pestano, sfregano, schiacciano o battono i rispettivi strumenti in un parossismo di insensata violenza.
La tensione diviene insopportabile, come quella di un respiro trattenuto per troppo tempo; il pubblico e i musicisti attendono la risoluzione del conflitto ed ecco che - finalmente - il maestro punta il cipiglio verso le retrovie - si proprio lì in fondo - il suonatore di piatti emerge dall'ombra ed emette quello stupendo, inimitabile, fragoroso schianto risolutore che segna la fine di qualcosa e l'inizio di un'altra.
Si può smettere di inspirare, ora si può far uscire l'aria. Si può cambiare ritmo, rallentare, distrarsi, riposare. Grazie signor suonatore di piatti.
Ecco, ve la immaginate una responsabilità più grave? Avere magari una sola nota in tutto un concerto, ma una nota così risolutiva ed importante che suonarla diventa cosa seria. E' per quello che sembrano sempre così concentrati quando suonano. Non sbattono i piatti tra loro e basta, lo fanno con gesto sapiente, quasi circolare, allontanandoli poi piano piano, come timorosi di far uscire la musica troppo in fretta. E sono concentrati, intenti come un disinnescatore, chissà cosa sentono, che armonici, che echi, mi chiedo. Non si può essere faciloni e trascurati quando si ha solo una nota da suonare, è questo il punto.
Poi, portato a termine il pressante lavoro da deus ex machina impacchettano i loro strumenti e se ne vanno in posti a loro noti, senza chiedere ringraziamento. In fondo era solo una cosa che bisognava fare.
Quello che mi chiedo in realtà è: cosa porta uno a suonare i piatti? Non penso ci siano corsi appositi, così come non credo che un bambino dica "da grande sbatterò uno contro l'altro quei cosi".
Ma non è nemmeno possibile che uno si trovi casualmente a farlo. Non è che ci si accorge che manca il suonatore di piatti e allora si chiede ad uno del pubblico "vieni un attimo su a suonare ‘sti affari".
E allora?
Secondo me in realtà fanno parte di una specie di setta, vengono cresciuti in luoghi isolati, nutriti di insetti e induriti di stenti.
Ricevono addestramenti crudeli, combattono con le tigri, nuotano per fiumi infestati di coccodrilli e parlano con gli spiriti. E solo dopo molto tempo i sopravvissuti vengono mandati a camminare per le strade e a risolvere problemi con un singolo, preciso, perfetto suono di piatti.
Un capo di stato non dovrebbe sedersi sul seggio più importante di un parlamento se prima non ha ricevuto l'educazione da suonatore di piatti, io credo.
Ecco, anche se la verità è un' altra io voglio tenermi questa immagine, e quando avrò un figlio lo venderò a degli ambulanti perché lo portino in luoghi ignoti ai più per imparare a cavar suoni da quegli affari metallici di forma circolare.

E voi, qual'è il mestiere più strano a cui riuscite a pensare?

Raccontatelo sul Purtuso  

Ultimo aggiornamento ( mercoledý 12 luglio 2006 )
 
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