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FAQ (Frequently Asked Questions) PDF Stampa E-mail
L'ha scritt Administrator   
venerdì 30 luglio 2004

Quale è la particolarità del mare che bagna Taranto?

Innanzitutto la definizione quantitativa, intorno alla quale da anni si confrontano diverse scuole di pensiero. Lo studioso francese Emile Poisson de Tumere sostiene che questi siano quattro (Mar Piccolo, Mar Grande, Mar Ionio e Mar Mediterraneo) mentre ad esempio il monaco buddista Khi Tha Mhuerth vede nella a-definizione di questo valore un sublime esempio del principio dello yin/yang, principio che permea in maniera particolarmente evidente tutto quanto ha a che fare con Taranto, in un mirabile florilegio di apparenti contraddizioni (dal figurino in giacca e cravatta che pure non nasconde il suo essere intimamente cozzaro a berline di squisita fattura albionica equipaggiate con autoradio che diffondono a pieni decibel le performances canore di Nicola De Pane o Gianni Celeste) che, al pari di un "Koan" meditato da un maestro zen, minano sin dalle fondamenta la razionale concezione meccanicistica dell'universo spingendoci ad esplorarne l'essenza più intima e nascosta.

Perché alcuni monumenti della città vecchia sono stati illuminati secondo un progetto cromatico che sconvolgerebbe il più ardito light-jockey di Amsterdam?

In una delle sue più famose novelle che aveva come protagonista Monsieur Dupin, investigatore meno famoso di Sherlock Holmes ma altrettanto sagace, Edgar Allan Poe afferma che "Il miglior modo per nascondere un oggetto è di esporlo in bella vista". Uno dei problemi di Taranto è senz'altro quello del vandalismo ambientale; torme di giovinastri impuniti che si aggirano armati di pennarelli e bombolette spray imbrattando quello che rapaci predatori non hanno rimosso o divelto, in barba a cancelli, ringhiere e recinzioni.

Ecco allora la soluzione: invece di nascondere, oscurare, coprire ora si evidenzia, si illumina, si mostra. Dal ponte di pietra all'orologio di Piazza Fontana fino alle colonne doriche del tempio di Poseidone fasci di luce cangianti dal viola al giallo, dal blu al verde si susseguono senza posa allontanando qualunque malintenzionato e provocando fenomeni allucinatori a chiunque abbia la sventura di soffermare lo sguardo per più di qualche minuto su tale rutilante sarabanda.

Che differenza c'è tra "tarentini" e "tarantini"?

I "tarentini" sono quelli che aborrono l'uso di grafemi/fonemi stranieri quali "K", "X", "Y", che ritengono che quasi tutte le parole del dialetto scritto debbano terminare con la "E" e che reputano i mitili chioggiotti migliori di quelli ionici. Gli altri sono i figli di Taras muniti di intelligenza e privi di pregiudizi.

Perché se Taranto è una delle tre migliori città del mondo, non è una capitale nazionale come le altre due?

Per l'innata modestia dei suoi abitanti, che rifuggono onori pubblici e glorie evidenti, tanto che una delle attività a cui si dedicano con più fervore è proprio quella di nascondere le bellezze cittadine, arrivando sino a deturparle permanentemente, pur di non imbarazzare i visitatori con la folgorante bellezza dei nostri ameni paesaggi.

Perché a Taranto è così difficile trovare un parcheggio per le automobili?

La scarsità di parcheggi è una precisa scelta della amministrazione comunale ma non è dovuta, come i più maligni insinuano, a disorganizzazione o connivenze con i commercianti nel settore dei carburanti o dei pezzi di ricambio per le autovetture.

Rifacendosi alle antiche tradizioni magnogreche, le giunte che si sono succedute negli anni hanno voluto ispirare le loro scelte alla scuola peripatetica che fu tanto importante da vedersi dedicata il parco pubblico più importante della città; così, nella affannosa ricerca di un parcheggio, il cittadino ha occasione di meditare profondamente sulle cose del mondo o del suo condominio, ammirare le bellezze paesaggistiche, architettoniche e muliebri che arricchiscono la città, sfuggire dalla aberrante equazione uomo = macchina che comporterebbe il rigido ed inflessibile rispetto dell'orario fissato per appuntamenti e impegni ed infine, trovato che sia il parcheggio, innalzare lodi di gratitudine all'Essere Supremo che ha voluto concedere benigna conclusione alle sue circonvoluzioni motoristiche.

Perché la birra "Raffo" si trova quasi solo a Taranto?

Vi sono cibi che aldilà della loro valenza puramente alimentare, assumono col tempo una caratterizzazione simbolica che giunge a travalicare la loro destinazione sostanzialmente gastronomica.

Non è il caso di citare la sacralità che ha il pane azzimo per un ebreo o l'ostia ed il vino per un cattolico ma possiamo però considerare come il Panettone sia legato a Milano tanto quanto il Pandoro a Verona, come la "amatriciana" sia tipicamente laziale o la "bagnacauda" piemontese.

La progressiva globalizzazione in atto però comporta una sempre più netta estrapolazione di questi alimenti dal loro luogo di origine, a volte scippando addirittura un nome che viene applicato, in maniera sin troppo disinvolta, a prodotti che sono solo un pallido riflesso del legittimo proprietario (si vedano le differenze tra il "Parmigiano Reggiano" ed il "Parmesan" europeo, tanto per dirne una) in omaggio a perverse e fredde logiche commerciali, che tendono a considerare un alimento non più come il gustoso testimone della terra natale ma un semplice veicolo di elementi nutrizionali, buoni in ogni parte del globo terracqueo.

A questa logica da "cocacola universale" si contrappone la filosofia della "Raffo"; questa birra appartiene a Taranto quanto il ponte di pietra o le processioni della settimana santa pasquale, perché aldilà del fatto che la fabbrica della bevanda non sia più in città, la "Raffo" è nel cuore dei tarantini e non potrebbe essere altrimenti.

Questa è e rimane un tacito segno di riconoscimento, un gustoso suggello di amicizia e fratellanza, al di fuori di Taranto la Raffo non può essere venduta o acquistata, può solo essere offerta e accettata, perché oltre il ponte di punta Penna-Pizzone, svaniti all'orizzonte i fumi dell'ILVA, scomparso l'inconfondibile odore del mar Piccolo nei giorni di scirocco, per un tarantino, ovunque egli sia, dove c'è Raffo c'è casa.

Esiste una ricetta precisa per friggere un polpo alla tarantina?

Come la maggior parte delle tradizioni popolari, anche questa non gode di precise fonti scritte e quindi le corrette modalità di preparazione e frittura del gustoso cefalopode vengono gelosamente custodite dalle matrone ioniche e da queste trasmesse alle loro figliole nei giorni immediatamente precedenti il loro matrimonio.

Nonostante ciò, possiamo comunque definire una serie di punti principali che caratterizzano la gran parte delle pratiche operative attuate per la preparazione di questa leccornia tanto ambita dai gentiluomini tarantini, principali fornitori del "octopus vulgaris".

Per friggere bene un polpo bisogna prima di tutto lavorarlo con costanza e destrezza con le mani affinché raggiunga la consistenza desiderata, in ciò mantenendo un ritmo delicato ma deciso. Utile a comprendere se il polpo è pronto per la fase successiva è l'assaggio che deve essere attento e prolungato, compiuto però a fior di labbra per non danneggiare la delicata carne del mollusco con canini e incisivi.

Una volta pronto il polpo deve essere deposto nella padella precedentemente oliata, spesso a cura di colui che il polpo ha reco seco e che così ricambia l'impegno della preparazione profuso dalla cuoca.

Qualcuno gradisce aggiungere spezie e condimenti ma nella maggior parte dei casi il polpo viene fritto senza altri intingoli che non quelli naturalmente predisposti dalla cuoca e dal suo collaboratore.

I tempi di cottura sono assai variabili e vanno da pochi secondi a diversi minuti, ad ausiliare la cuoca vi è l'emissione, al temine della cottura, di un liquido più denso della "melana" e di colore diametralmente opposto, che testimonia della avvenuta frittura e che ha dato origine al detto "U vurpe se coce nell'acqua sua stessa".

L'attività in se è assai sollazzevole e diffusamente praticata; unica avvertenza che però rivolgiamo alle fanciulle che volessero dedicarsi a tale lodevole pratica è quella di mantenere una certa modigeratezza, poiché a volte la virtù diventa vizio e coloro che indulgono troppo spesso e pubblicamente in tale occupazione sono quasi sempre indicate al pubblico ludibrio.

Perché a Taranto non arriva l'autostrada?

In ogni tempo gli uomini hanno favoleggiato dell'esistenza di luoghi fantastici, in cui la vita scorreva beata e la natura offriva prodiga i suoi frutti.

Dall'Eldorado all'Olimpo, da Atlantide al giardino dell'Eden però, tutti questi luoghi eletti dagli Dei avevano come caratteristica la quasi totale preclusione all'uomo comune, che pur anelando raggiungerli trovava la strada sbarrata da insormontabili ostacoli che solo pochi eletti riuscivano a superare.

Al pari di questi luoghi mitologici, Taranto è gelosa di se stessa (cfr. "Perché la birra "Raffo" si trova quasi solo a Taranto?") e tenacemente chiusa all'esterno; una attenta opera di salvaguardia ha fatto si che più volte siano stati chiusi approdi per traghetti navali o scali aeroportuali, così come risulta una impresa inane ai più raggiungere Taranto via ferrovia o attraversare Massafra che, come l'infernale Cerbero, sbarra il raccordo autostradale che porta a Taranto.

Come una vezzosa fanciulla tutta orgogliosa dei fasti passati della sua schiatta che snobba altera i suoi pretendenti, Taranto si riserva ai pochi che davvero la vogliono, concedendo questa soddisfazione solo al termine di un percorso iniziatico che li forgia nel corpo e nello spirito.

Come mai è stato scelto San Cataldo come patrono di Taranto?

La scelta è dovuta al monsignore aragonese Guillermo Faytù y Fachiover, arcivescovo di Taranto col pallino della metereologia. Il prelato voleva un patrono che il popolo festeggiasse sostituendo gli arcani riti pagani che salutavano il risveglio primaverile della natura ed il cui potesse essere ricordato con un motto che evidenziasse tale evento.

Le proposte iniziali furono "A San Pietro, u cavede innanze e u fridde dietro" e "A San Francesco arrive u calde e se ne ve u fresco" ma fu subito evidente che a causa della abbondanza di santi omonimi, si sarebbe rischiato di fare confusione. Fu così preferito "A San Catavede jesse u fridde e trase u cavede" che eleggeva a patrono un santo un po' meno conosciuto dei precedenti ma che godeva, a differenza di questi, del privilegio di unicità.

Le ottime prestazioni calcistiche dell' Arsenal Taranto sono dovute alla notevole presenza di tifosi o è questa ad essere favorita dal superlativo campionato disputato dalla squadra rosso-blù?

La domanda sembra appartenere al classico dilemma del tipo "E' nato prima l'uovo o la gallina?" ma ciò solo apparentemente.

A differenza di molte altre squadre i cui tifosi aumentano proporzionalmente alle partite vinte e che, in tempi meno felici, giungono perfino a parteggiare per gli avversari, il Taranto gode di una tifoseria sostanzialmente inscalfibile dall'andamento del campionato e che ha fatto sentire ai giocatori il proprio attaccamento alla squadra anche quando i risultati avrebbero giustificato ben altre reazioni.

I migliori giocatori assurgono al ruolo di semidei mai obliati, i nomi e le gesta di Chimenti, Gori, Petrovich e Iacovone vengono narrate da padre in figlio, marchiando quasi geneticamente i nuovi virgulti che porteranno fresche energie sulle gradinate ioniche.

Dai mitici "Angeli della sud" agli "Ultra-Paz", i tifosi del Taranto si sono sempre distinti per calore, ironia e spirito di abnegazione, una leggenda metropolitana non priva di credibilità vuole che sia di conio tarantino il "Ci no' zumpa nu barese è", che è stato poi italianizzato ed adattato alle più svariate squadre e situazioni.

Il tifo a Taranto è una fede, agli undici gladiatori rosso-blù poco viene chiesto e tanto viene dato, così che più di qualcuno sostiene che sono i giocatori che pagano pur di venire a giocare a Taranto e godere del caldo abbraccio che una intera città riserva loro.

E' vero che nell'800 si sviluppò un movimento filosofico che si chiamava Ricottarismo?

In verità sì, il Ricottarismo affermava la supremazia della prepotenza e del dialetto sguaiato. Insieme allo Zilatismo, il Ricottarismo catturò un gran numero di adepti. Ma c'è di più: per un certo periodo, intorno al 1600, si stava diffondendo il Ricottaresimo come nuova religione e, nel primo 900, non era infrequente trovare docenti di Ricottarologia nelle varie università del paese.

Perche' la parola "pesce" a Taranto indica l'organo sessuale femminile, mentre a Napoli indica quello maschile?

A nessuno sfugge la grande biodiversita' del Sud Italia, cio' che in ultima analisi ne determina la sopravvivenza nonostante le minacce ecologiche della deforestazione, delle piogge acide e delle troiate di Bossi. Cio' non era sfuggito nemmeno al giornalista free lance indonesiano Alang-Aleng Along (Djakarta, 1974, scomparso nel 1992 in circostanze misteriose sull'Isola, davanti alla pasticceria Mazzarrisi. Ivi era stato avvicinato da due uomini dalla VASTASI, la polizia segreta dell'onorevole Cito, per aver domandato con ignara curiosita' professionale "...ma Cito non e' la scimmia di Tarzan?..."). Prima di divenire un desapareCito, Along aveva lasciato un articolo chiarificatore sulla rivista portoghese "A Ramera da Muneca", in cui spiegava come il simbolo paleocristiano del pesce, che artisti bizantini portarono dalla patria loro, sia stato col tempo trasfigurato dalle comunita' locali sino a divenire archetipo di una sessualita' deviata dalla Controriforma. Sicche' a Napoli, citta' in preda al piu rigido matriarcato, assurse a simbolo del maschio assoggettato, mentre in riva allo Jonio e' ancora oggi a rammentare ai pochi che non l'abbiano a cuore, quanto sia forte il richiamo di una donna, ancorche' irraggiungibile.

Ultimo aggiornamento ( lunedì 02 agosto 2004 )
 
 
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