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mercoled 08 aprile 2020
 
 
Au mare ca te trueve ha da navigare PDF Stampa E-mail
L'ha scritt Administrator   
marted 26 dicembre 2006
Grazie alla personale amicizia con il sapido quanto eclettico Alessandro Guido, avevo ottenuto da lui un pass “All Area” per curiosare nel backstage del concerto degli jonico-meneghini “Trerrote”, che si sarebbe tenuto di li a qualche giorno presso la prestigiosa club house della Associazione aeronautica dedicata all’asso dell’aria Francesco Barracca.
Il buon Alessandro si dibatteva tra la ricerca di una spia per la voce ed un amplificatore per la chitarra, tra strumentazione di fortuna e palco luci da regolare, tra sound chek in alto mare e groupies assatanate che bramavano almeno una traccia del suo genoma per poterlo clonare e per sempre adorare. Giustamente in tensione par l’importanza dell’evento, Alessandro abbisognava di conforto e supporto morale, e volli tranquillizzarlo con poche ma sentite parole, ricordandochi che “Au mare ca te trueve ha da navigare” (E’ necessario navigare sul mare in cui ci si trova) aggiungendo, a mo’ di incoraggiamento, che “Jè ind’a u mare gruesse ca se vede u bbuene marenare” (E’ nel mare in burrasca che si giudica il bravo marinaio). Il proteiforme artista parve sollevato dalle mie affermazioni, e mi ringraziò con calore, dedicandosi con rinnovata lena alla preparazione del “ConGerto” e lasciandomi solo con Archibald, il mio apofatico camerlengo, che esprimeva con lo sguardo la muta domanda volta a chiedere cosa mai c’entrasse con la musica l’arte della marineria, per giunta citata in un club aeronautico.

Ancora una volta la basaltica flessibilità intellettuale di Archie gli impediva di andare oltre il mero significato delle parole e fu così giocoforza – una volta salutato Alessandro e gli altri “Trerrote” e tornato alla mia umile residenza – rintracciare nella mia provvida biblioteca “U’ mar’amare”, raccolta di poesie a sfondo esistenzialista non disgiunte da una accentuata vena di critica sociale, vergate con profondo lirismo da Arrigo Coito (Padova, 24 febbraio 1842 - Taranto, 10 giugno 1918, intossicazione da ingestione continuativa di cocktail composto da assenzio autodistillato, Raffo ghiacciata V.V.S.O.P. e Primitivo di Manduria 12 years old), che fu letterato, poeta, narratore, critico e compositore, ma soprattutto tombeur de femme noto per le sue numerose conquiste amorose (di lui si disse che aveva vergato col suo nome più lenzuola di seta che fogli di carta). Il Coito, grazie anche ad una provvida frequentazione dei laboratori tricologici della “Cesare Uagnoni”, divenne uno degli esponenti principali della “Scapigliatura”, movimento artistico che si ribellava contro il conformismo ed il buonsenso borghese. Nella raccolta di poesie citata composta durante un lungo soggiorno ionico presso l’Hotel “Sorrentino”, il Coito si scaglia con veemenza contro il Romanticismo italiota, giudicato languido ed esteriore, affermando che l’opera d’arte, più che essere il dolce flutto dalla cui spuma nasce la Primavera botticelliana, deve essere “mare amaro” che mugghia e squassa l’Uomo e la sua coscienza etica e sociale. Le rime del Coito, tutte animate da un pathos non comune, ritraggono lo stato universale dell’essere umano attraverso la sineddoche del diuturno adoperarsi dei pescatori di Via Cariati.

Cosi - dimostrando peraltro una padronanza del dialetto tarantino che gli valse una lusinghiera menzione d’onore sulla rivista di filologia tarantina “Lo spiego a chi non l’ha Caputo”, critta, diretta e letta da Giovanni Acuaragia – il Coito si ausilia del motto “Au mare ca te trueve ha da navigare” per affermare che a nessun uomo è dato sfuggire, novello Icaro, al suo destino, e che a nulla vale sognare dilettevoli atolli tropicali quando il Fato ha voluto destinarci tra le Cheradi e Punta Pizzone. Poi in contrasto solo apparente con quanto appena affermato, sempre il Coito afferma che “Jè ind’a u mare gruesse ca se vede u bbuene marenare”, restituendo all’Uomo la sua centralità volitiva nello scegliere di dominare una Natura matrigna e cavillosa, quale Ulisse che sfida divieti divini e fenomeni sovrannaturali dimostrando, unico superstite tra i tanti suoi compagni, che più che ad un mieloso “tutti uguali, tutti pari” il Demiurgo creatore volle alcuni Uomini, altro ominicchi, ed altri ancora quaquaraqua.

Ecco allora che nella ionica quotidianità “Au mare ca te trueve ha da navigare” è il memento mori rivolto a chi, di fronte a improbo compito, vorrebbe dedicarsi ad altra impresa più facile o accessibile: dallo studente che interrogato su Garibaldi vorrebbe parlare di Mazzini al pater familias che di sabato tenta di sottrarsi all’obbligo di someggiare la spesa mensile dall’ipermercato a casa per vedere in TV i risultati dell’anticipo del campionato di calcio. Altrettanto universale del motto precedente, e sicuramente più ottimista ma altrettanto drastica è “Jè ind’a u mare gruesse ca se vede u bbuene marenare” che vale sia a consolare chi riteniamo abbia mezzi e possibilità per superare la prova da affrontare sia a mettere sul chi va la colui che, animato da graveolente hybris, tenti di varcare le fatali Colonne d’Ercole fidando di una capacità più sperata che reale.

 
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