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U VOVE CHIAMA CURNUTE U CIUCCIE PDF Stampa E-mail
L'ha scritt Administrator   
mercoled 31 gennaio 2007

Stavo leggendo le cronache giapponesi della battaglia di Nagashino no Kassen del 21 maggio 1575 in cui morirono tutti i quindicimila cavalieri del clan Takeda che, fedeli al bushido, rifiutarono di usare le armi da fuoco di cui invece disponevano le armate avversarie dei clan Nobunaga e Tokugawa quando l’onnipresente Archibald venne a chiedermi se il menù della cena dovesse subire variazioni a seguito della pubblicazione di risultati di un dietologo americano che sosteneva che la dieta mediterranea è indice di un regime alimentare assai discutibile. <<MAH, U VOVE CHIAMA CURNUTE U CIUCCIE!>> (Mah, il bue chiama cornuto l’asino!) fu il mio commento, a cui seguì immancabile la richiesta di chiarimenti di Archibald, che non capiva cosa c’entrassero con la cena i due animali da sempre ______________________________________________________________________________________________________________________presenti ad ogni presepe natalizio.


Mi risolsi a chiarirgli l’arcano ricorrendo a quanto riportato nel saggio “No’ me tuccà ca no’ te tocche, dice u scurzone - Diplomazia e gestione della aggressività nel mondo animale e nei tornei di patronesotte” dell’etologo tunisino Abdoul Shabballàm Alloblò (Sidi Bouzid, 1815 - Scoffolamento della libreria durante il tentativo di recupero di riviste illustrate di dubbia moralità abilmente celate sul ripiano più alto, 1889), ritenuto dai più l’autore del detto “Tra lutrine e gobbione no’ mettere u dicitone”.

Il Shabballàm Alloblò cita il detto come un classico esempio di umanizzazione del mondo animale, attribuendo a quest’ultimo comportamenti e caratteristiche proprie dell’homo sapiens con una tecnica che da “Fritz the Cat” e Walt Disney in poi non ha mai smesso di essere impiegata.

Un primo esame viene riservato ai due protagonisti: da una parte il bue, universale esempio di mitezza e remissione, tanto da ispirare la nota poesia che ha come incipit il <<T’amo, pio bove>> da tutti recitato almeno una volta, un bove simbolo anche di scarsa vigoria sessuale, tanto che la vacca, sua partner femminile, si crede sia costretta a cercare altrove la soddisfazione al suo estro, diventando perciò nell’immaginario collettivo il sinonimo di donna di facili costumi; dall’altra l’asino, prototipo di virilità immortalato da innumerevoli pellicole cinematografiche a sfondo erotico-campestre e poco schizzinoso nell’accoppiamento, tanto da congiungersi anche con le cavalle.

Fatte le necessarie premesse, è di tutta evidenza il doppio significato del termine “cornuto” nell’ambito dell’espressione; da una parte indica il soggetto dotato sul capo di prominenze ossee o cornee, dall’altra chi venga tradito del proprio partner.

In entrambi i casi è il bove ad essere cornuto ed è quindi assolutamente inopportuno che egli appelli in tal guisa l’asino che non rientra in alcuno dei due casi citati.

Da quanto detto risalta chiaramente il significato del detto, rivolto a chi addebiti a terzi un difetto e/o mancanza di cui invece è egli stesso colpevole; l’espressione verrà quindi rivolta tanto all’avaro che accusa qualcuno di tirchieria quanto alla donzella dal comportamento oltremodo disinibito che imputi ad altra una supposta licenziosità.

 
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