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mercoled 08 aprile 2020
 
 
Piccinne ca' no' chiange, menna no' ne vole PDF Stampa E-mail
L'ha scritt Carlo "usinnache"   
sabato 21 luglio 2007
 Ispirato della immagini e dai racconti dei partecipanti alla Barç-convenscion svoltasi a metà luglio a Barcellona, avevo deciso di offrire ad un ristretto numero di intimi amici una cena a base di paella, il tradizionale piatto della Catalunya. Chiesi così ad Archibald, il mio foraneo maggiordomo dalle origini albioniche, di accompagnarmi in auto presso alcune pescherie della città vecchia, dove avremmo provveduto ad acquistare frutti di mare e crostacei nella qualità e quantità necessaria alla preparazione del gustoso manicaretto da offrire al centinaio di invitati presso la mia umile dimora.
Provveduto all’acquisto, spinto da un mai sopito orgoglio campanilistico,volli offrire al pallido famiglio britannico il piacere della vista dei mari di Taranto, e così, dopo il Mar Piccolo ammirato da via Garibaldi, mi risolsi a percorrere via Vittorio Emanuele II - la famosa “ringhiera” – per offrire al suo sguardo anche le terse acque del Mar Grande.

Arrivammo così davanti al municipio e notammo un notevole assembramento di persone vocianti che, scandendo slogan e brandendo cartelli, intralciavano il traffico stradale. Con un tono pacato sotto cui vibrava la disapprovazione per un così disdicevole comportamento, il vecchio Archie mi chiese chi fossero codesti scalmanati. Mi fermai un attimo a riflettere e risposi che, essendo venerdì, doveva trattarsi dei disoccupati delle ditte appaltatrici del Comune. Un rapido alzarsi del sopracciglio ed un lieve corrugarsi della fronte dell’ingrisaglito butler mi spinsero a fornire maggiori ragguagli, e così spiegai che tali e tanti erano a Taranto i cittadini che avevano da rivendicare qualcosa, che si era giunti alla conclusione di organizzare le proteste secondo un preciso calendario temporale: il lunedì quindi protestavano sotto il palazzo di città coloro che chiedevano un alloggio popolare e gli sfrattati; il martedì era il turno degli operatori delle cooperative sociali che attendevano sovvenzioni e stipendi; mercoledì toccava invece ai fornitori strepitare per chiedere il saldo delle loro fatture; giovedì piazza Municipio era occupata da chi protestava per la scarsa efficienza delle forniture idriche; venerdì – come detto – facevano sentire le loro ragioni i disoccupati delle ditte appaltatrici del Comune; il sabato infine era riservato ai sit-in di chi si lamentava dell’inquinamento ambientale.
Con l’aplomb che solo chi è nato aldilà del canale della Manica possiede, Archibald mi chiese come mai ci fosse da ricorrere a forme di protesta così rumorose per rivendicare un beni, servizi o condizioni di vita che dovrebbe essere garantite a tutti indistintamente ed a me scappò detto come commento: “Eeehh Archie, ce vuè... piccinne cà no’ chiange, menna no’ ne vole!” (Eeehh Archibald, che dirti... se il neonato non piange significa che non ha fame e non  vuole essere allattato al seno!).
Se possibile, il sopracciglio del mio sodale inglese si alzò ancor più del precedente, e ancor più profonda fu la ruga sulla fronte, ad esprimere la muta domanda che chiedeva quale collegamento vi fosse tra neonati e protestatori e tra diritti costituzionalmente garantiti e allattamento naturale.
Chi è causa del suo mal pianga se stesso, mi dissi, e giunti alla mia modesta magione parcheggiai la Lamborghini “Diablo” nel garage dell’ala sud-sud-est e chiesi al felpato Archibald di seguirmi nella biblioteca che immancabilmente forniva ausilio alla mia missione magistrale.
Dopo breve ricerca trovai il volume che cercavo, si trattava del saggio di ecologia militante contro l’inquinamento causato da autovetture e fuoristrada “Io la Jeep non la tengo e SUV a mam’t mi mengo” scritto con ispirato furore dall’attivo ambientalista finlandese Jettard Vattaquerkiii (Lappeenranta, 1903 – Fratture multiple riportate per una caduta in una voragine stradale di Viale Jonio durante un corteo di protesta contro la costruzione della base navale in Mar Grande, 1985)  in cui del motto da me citato era fornita ampia ed esaustiva spiegazione. In sintesi, il Vattaquerkiii afferma che è diritto/dovere del singolo individuo di protestare nei mezzi e modi più opportuni per ottenere quanto gli spetta di diritto. Al pari di un lattante, a cui certo la amorevole madre non farebbe mai mancare nutrimento e cure e che pure porge il capezzolo solo dopo che il pianto del neonato denuncia la sua fame, così il finnico ecologista sostiene che l’Istituzione (pubblica o privata che sia) fornisce al cittadino - utente quanto a questi dovuto solo se vi è in tal senso una esplicita e reiterata richiesta, anche se detta fornitura è prevista da legge o da contratto.  In proposito il Vattaquerkiii porta a mo’ di esempio le jasteme per ottenere la sostituzione in garanzia di un prodotto difettoso, i lucculi da lanciare per ottenere un certificato in tempi ragionevoli, il malesanghe da farsi tra aule e uffici per vedersi riconosciuti diritti e servizi teoricamente garantiti a tutti, i cortei e le proteste contro gli insediamenti di discariche di rifiuti o industrie inquinanti “imposti” dall’alto a territori e comunità; situazioni diverse accomunate però dall’atteggiamento “attivo” dell’utente – cittadino che deve energicamente sollecitare in pratica ciò che in teoria dovrebbe essergli dato di diritto.
Nato nelle stesse terre ma di scuola di pensiero opposta a quella dello Vattaquerkiii fu invece Olaf Cellòff (Hyvinkaa, 1889 – Edema polmonare acuto durante un seminario sulla respirazione pranayama presso l’ex ospedale “Testa” a Punta Rondinella, 1979), intellettuale impegnato nel sociale che in un opera poetica scritta in versi galliambi ad ispirazione onomatopeico-futurista e intitolata “Tutestè Imestoke Nintemedè Nintetedoke“, confuta aspramente la tesi proposta dal connazionale, interpretando in modo affatto diverso il motto in esame. Infatti, mentre il Vattaquerkiii sostiene – come detto – la necessità di una azione “attiva” da parte del soggetto di diritto, il Cellòff propugna un approccio “conservativo”, in cui le risorse devono essere impegnate solo al fine di soddisfare lo standard minimo di necessità, in maniera da evitare sprechi e ridondanze. Nella sua saggezza la Natura – afferma il Cellòff – ha fatto si che le madri allattino al seno fornendo al poppante la necessaria e sufficiente quantità di nutrimento per la sua normale crescita; inutile se non controproducente fornire di più o altro che non quanto prodotto dalle glandole mammarie materne.
Partendo da questo assunto, il Cellòff afferma quindi che il saggio governatore è colui che offre ai suoi cittadini solo quello di cui hanno strettamente bisogno, senza soffocarli di attenzioni. Cita in questo passaggio il caso di Taranto come paradigmatico: nata come colonia spartana, e quindi animata da principi di essenziale frugalità, la città fondata da Falanto scivolò in atteggiamenti molli e sibaritici, che la resero imbelle e ignava di fronte alla protervia del nemico romano. Quanta differenza, lamenta ancora il Cellòff, tra la Madre Sparta, nutrice dei trecento che alla guida di Leonida si sacrificarono alle Termopili e la figliastra Taranto, che affidò la sua difesa agli stranieri Pirro e Annibale, incapace il suo grembo di partorire braccia abbastanza forti da scrollarsi di dosso gli agi ed i vizi che furono origine degli appetiti latini e causa della sua disgrazia.
La lezione fu imparata a caro prezzo, e da allora la gastronomia tarantina è parca e frugale; al morbido pane oppone la secca frisella, alla elaborata cucina ricca di ingredienti preferisce una semplice acquasale; da quei giorni funesti il cittadino ionico rinuncia a servizi di trasporto pubblici ed efficienti per non impigrirsi e mantenere acuto l’ingegno ed alta la capacità di adattarsi alle situazioni senza soffrire; a istituzioni dinamiche e funzionali preferisce uffici disorganizzati con impiegati assenti in corpo e cervello per ricordarsi di non delegare ad altri il proprio bene personale.
Fummo spartani e ci scordammo di esserlo, e continuiamo a piangere in attesa di una menna che ancora una volta ci tenga buoni, con la speranza che sia anche in grado, una volta per tutte, di svezzarci e farci diventare adulti.

Ultimo aggiornamento ( marted 24 luglio 2007 )
 
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