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martedì 27 luglio 2004

Uno spiazzo, un pallone. Tempo e voglia non mancavano. Spirito di improvvisazione e capacità di adattamento neanche. Così, quale che fosse il numero di giocatori a disposizione, esisteva sempre una soluzione soddisfacente: 2 persone? Se il campo era piccolo, o disponeva di una sola porta, tiravano rigori a turno. Quando invece si disponeva di un campo di misure quasi regolamentari (?!), si optava per il "port' e port'", in cui i due contendenti cercavano di farsi gol da distanza allucinante senza mai superare l'ipotetica linea di centrocampo.

Quattro persone? Due contro due a "portieri volanti". Sei o più? Vere e proprie partite, con o senza portieri volanti. Ma il fato ha sempre avversato i piccoli calciatori da strada: come spiegare altrimenti il numero di palloni persi, bucati, sequestrati, tagliati da "grandi" incazzosi (e invidiosi…) o immolati in altri inimmaginabili modi? E quale sennò il motivo per cui se UNA SOLA vecchietta transitava a meno di cento metri dal terreno di gioco, la prima sbonnata la colpiva inevitabilmente in pieno volto? Fato avverso, cos'altro? E il fato si palesava anche in un altro, più subdolo, modo: facendo incontrare i piccoli calciatori da strada sempre in numero dispari.

La cosa peraltro non turbava i piccoli calciatori da strada. La soluzione era semplice e a portata di mano, e si palesava solitamente con questa domanda: "Amma sciucà a passagg' e tir 'mbort?". Uno in porta e gli altri (solitamente due) a costruire azioni di gioco il più possibile spettacolari, in questo leggerissimamente favoriti dalla totale assenza di difensori. L'innocuo passatempo del passagg' e tir 'mbort, pur essendo gratificante per i narcisisti calciatori, mostrava però ben presto due limiti sostanziali:

  • Come decidere l'alternarsi dei portieri? Per il primo turno era sufficiente "buttare il tocco", ma il più delle volte non esisteva alcun sorteggio: l'arte dei numeri era troppo eccelsa per i più. La scelta iniziale del portiere cadeva selvaggiamente sul più debole, quasi come una legge ancestrale: l'impietosa legge del più forte (il più scarso/piccolo/suggette andava in porta). Ma d'altro canto non risultava chiaro quando fosse giunta l'ora di cambiare il portiere, e con quale criterio dovesse essere sostituito. Difficilmente infatti esisteva una chiara gerarchia che classificasse i giocatori dal più debole al più forte: di solito erano solo il primo e l'ultimo ad essere riconosciuti come tali, mentre gli altri, dal valore intermedio, facevano branco e gareggiavano nel vessare il debole ed entrare nelle grazie del forte (invidiandolo segretamente).
  • Il secondo limite era costituito dal carattere totalmente amichevole ed accademico del gioco, che risultava privo di qualsiasi elemento di competitività, necessario per aggiungere del sale a qualsiasi manifestazione sportiva.

Nasceva così l'esigenza di inserire alcune regole basilari. Ecco che qualcuno proponeva: "a ci pàr vè 'mbort". Bizzarra locuzione, a pensarci bene, perché... a ci par, stè gia' 'mbort! In realtà l'espressione stava a significare "a ci s'a face para' vè 'mbort", ma bisogna riconoscere che detta così non fa lo stesso effetto.

L'imperativo categorico dell' "a ci par vè 'mbort" consisteva nel NON FARSI ASSOLUTAMENTE PARARE i tiri, altrimenti il tiratore (e pertanto spesso il più coraggioso o colui che voleva fingersi tale) doveva subire lo scorno terribile di andare in porta. Ecco inserito un elemento agonistico, che appariva molto ben congegnato: infatti, più uno era "attaccante nato", meno vulèv scè 'mbort! Era lì la genialità. I più vigliacchi non tiravano mai, o esplodevano solo delle sbonnate indecorose a botta sicura da distanze ridicole. Altri, più coraggiosi, sfidavano la sorte.

La variante dell' "a ci segn vè 'mbort" era sicuramente meno logica. Infatti andare in porta non era propriamente un premio, per cui capitava spesso che attaccanti dallo scarso senso etico, concludessero splendide azioni corali con errori "alla Pacione", mentre a loro volta i portieri, desiderosi di tornare "sotto", prendevano gol da ufficio inchieste. Se tali pratiche risultavano sostanzialmente innocue nel corso di tranquilli allenamenti a una porta, diventavano invece fonte di sanguinose litigate fra compagni di squadra se fatte nel corso di vere e proprie partitelle a due porte, in cui (sempre per la mancanza di un portiere fisso volontario) vigeva l'usanza del cambio portiere "a gol fatto", "a gol subito", o "a gol fatto o subito". Si assisteva spesso che ad azioni travolgenti, tipo triangolazioni strette, scartati 4-5 jugatori, sponda, e scartato pure il portiere,.... l'autore della prodezza ritornava sui suoi passi, e non segnava, fra l' lucculi dei combagni.

E d'altra parte alla prima occasione u' portiere s' fascev' fà gol, simulando goffamente un tardivo tuffo, a dimostrare che aveva fatto il possibile per parare. I primi pionieri che si decisero a governare i cambi portiere con un più neutro criterio temporale (ogni 5 minuti, ogni 10 minuti) ebbero a lungo i risultati dalla loro parte.

Ultimo aggiornamento ( mercoledì 28 luglio 2004 )
 
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