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mercoled 17 luglio 2019
 
 
Ame sciute p fa na case e ame fatte nu Pinocchje PDF Stampa E-mail
L'ha scritt carlo "U Sinnache"   
gioved 28 maggio 2009

 Avevo terminato la mia ora quotidiana di meditazione za-zen nella sala “Mandala” dell’ala sud-sud-ovest del mio umile domicilio quando incontrai, appena fuori la porta, un preoccupato Archibald, l’oramai ottuagenario maggiordomo che con inossidabile spirito di servizio mi ausilia supervisionando la corretta esecuzione delle faccende domestiche, che mi rivolse con lo sguardo preoccupato una muta preghiera.

Interrogatolo prontamente sul motivo della sua angustia, egli mi rispose che aveva constatato una variante dell’ultimo momento al menù del desinare serale; invece del riso, patate, cucuzze e cozze previsto erano riportati degli anonimi arancini di riso di camilleriana ispirazione.

Interrogato il capocuoco Valery Giscard Addostè sul motivo di questa arbitraria sostituzione, questi gli aveva risposto testualmente <<Ame sciute pè fa na case e ame fatte nu Pinocchje>> (Siamo andati per fare una casa ed abbiamo fatto un Pinocchio) lasciando il vecchio Archie interdetto, a causa della sua notoria ignoranza dei dittaggi vernacolari di Taranto.



Provvidi subito a spiegare l’arcano al mio gentiluomo da camera consultando l’indefettibile biblioteca in mio possesso e ricorrendo in particolare a quanto riportato nel fondamentale saggio “Mi sono fatto una sega - l’importanza dell’auto costruzione degli strumenti di lavoro per il successo professionale” pubblicato dalla camera di commercio di Yaoundé e redatto dall’ebanista camerunense Paul Albert Nupaninedabobo (Douala, 1896 - infortunio sul lavoro durante il tentativo di costruzione della “mazza di  spizzidde” più grande del mondo, 1968).

Nel saggio citato il Nupaninedabobo sottolinea l’importanza data in passato alle professioni liberali e la stima e considerazione di cui godevano gli artigiani di cui fosse acclarata la maestria così come il fatto che, come logica conseguenza, un “maestro” tendesse a occultare eventuali errori compiuti (cfr. “Ca ccè u cazze je ca te cazze...”) giustificando con arditi parti di fantasia un risultato assolutamente non conforme al progetto originario.

Vuoi per la mancanza di norme cogenti quali le ISO 9000, vuoi per il divario di conoscenze tecniche che spesso vi era tra l’artigiano ed il committente, a volte l’impresa riusciva, ed il cliente era convinto di aver ricevuto un manufatto anche migliore di quello che aveva ordinato.

Naturalmente però, non sempre il cliente si lasciava infinocchiare ed allora il “mestro” era costretto obtorto collo ad ammettere che “Avere sciute pè fa na case e aveve fatte nu Pinocchje”, cioè che aveva costruito qualcosa di assolutamente estraneo al progetto originale.

Non è di poco conto il fatto che il manufatto realizzato venisse individuato come “Pinocchje”, cercando quindi di salvare almeno un minimo di reputazione lavorativa: non uno “sbrueccolo” qualsiasi, non un anonimo “inguacchio” ma comunque un’opera a suo modo originale e dotata per certi versi di una sua identità.

Un simile atteggiamento è riportato anche dall’etologo estone Vajessy Haddafforji (Valjandi, 1904 - ipotermia seguita a incauto bagno di mezzanotte nella piscina di Villa Peripato durante i festeggiamenti del Capodanno del 1952) che però sottolinea una doglianza mirata più alla “quantità” che alla “qualità” del risultato.

Con l’espressione “Ame sciute pè fa na trave e ame fatte na cucchiara pe le fave” (Siamo andati per far una trave ed abbiamo fatto un cucchiaio per girare le fave) si evidenzia che l’iniziale opera di squadramento di un tronco al fine di ottenere una robusta trave da costruzione ha dato vita, truciolo dopo truciolo e piallata dopo piallata, ad un misero cucchiaio per girare le fave al fine di evitarne la bruciatura sul fondo della pignata durante la loro cottura, oggetto in sé utile ma sicuramente di dimensioni assai inferiori a quello atteso.

Questo motto verrà quindi usato come malinconica assunzione di colpa dell’autore o come sarcastica constatazione da parte di un salace osservatore quando si constati una estrema sproporzione tra i mezzi impiegati ed i risultati acquisiti, travalicando l’ambito meramente manufatturiero e spaziando ad esempio dalla posizione di fondo-classifica occupata da una squadra di calcio che molto ha investito durante la campagna acquisti sino alla misera sciarpa ottenuta con innumerevoli gomitoli consumati e dopo mesi di sferruzzamento da parte di una poco capace massaia dedita ai lavori all’uncinetto.

 
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