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mercoled 13 novembre 2019
 
 
Megghie na catare n'guedde ca n'onze n'gule PDF Stampa E-mail
L'ha scritt carlo "U Sinnache"   
marted 01 dicembre 2009

 Stavo sperimentando gli effetti allucinogeni del cocktail di peyote e mescalina portatomi dal Messico da un mio caro amico appena tornato da una vacanza in quei ameni luoghi, quando un leggero scalpiccio oltre la porta della mia stanza della meditazione introdusse Archibald, l’attempato maggiordomo che discretamente sovrintende alla attività dei trentadue domestici al mio servizio, che mi annunciava contrito che la Chrysler 300M 3.5 che solitamente impiegavo per recami a giocare a badminton recava evidenti tracce del passaggio di uno stormo di tordi affetti da diarrea.

Sia pure seccato per questo imprevisto contrattempo, commentai “MEGGHIE NA CATARE N’GUEDDE CA N’ONZE N’GULE “ (Meglio un calderone [di merda] addosso che un'oncia [una goccia] nel sedere).



Escludendo a priori che la frase volesse rivelare una mia insana passione coprofiliaca, Archie mi chiese rispettosamente lumi sulla mia espressione ed io ben volentieri aderii alla sua richiesta ausiliandomi con le preziose parole della epistemologa brasiliana Carmen de Paranza (Rio de Janeiro, 1856 - Soffocamento a seguito di tentativo di fellatio a favore di Cataldo Gronco detto “treggambe”, 1897), autrice dell’agile volume “Non dico che dovete fare centro però almeno fatela dentro - guida pratica all’uso dei servizi igienici pubblici” in cui della frase viene prima riportato il significato più evidente, che coglierà chiunque abbia avuto a soffrire di "sgommate" sulla propria lingerie e "tarzanelli" abbarbicati alla peluria infragluteale a causa di una poco efficace pulizia intima.

Il fastidio ed il prurito causato da questi inconvenienti sono tali da far preferire addirittura quelli che deriverebbero da un gavettone di escrementi.

La de Paranza abbraccia però una scuola di pensiero meno materialista attribuendo una coscienza anche al tarantino e legge in chiave allusiva questo detto.

Partendo infatti dal presupposto che le feci sono spesso impiegate per esemplificare una magra figura e/o una situazione in cui il soggetto riceve grave nocumento alla sua immagine pubblica e/o alla sua autostima (cfr. “E fatte na figure d’merde”, “T’honne smerdate”, “Muduu, a mmerda t’agghie fatte”), la de Paranza intende come male minore una pubblica deplorazione (rappresentata per l’appunto dalla “catara d’merde”) piuttosto che il rimorso per un atto deplorevole (evidenziata come “l’onza n’gule”) che, sia pure invisibile agli altri, ci tormenta in maniera ossessiva e insopportabile.

Che la studiosa abbia voluto individuare la coscienza del tarantino tra le sue natiche non stupisce neanche tanto, visto che spesso i figli di Falanto sono accusati di ragionare più con l’organo situato un palmo sotto l’ombelico che con quello ospitato dalla scatola cranica.

 
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